Il legame di Kobe Bryant con l’Italia è stato particolare e irripetibile. Qualcosa che va oltre l’infanzia passata al seguito di papà Joe tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia e la scelta di dare alle sue quattro figlie (Natalia Diamante, la povera Gianna Maria-Onore, Bianka Bella e Capri Kobe) nomi italiani. Si tratta di un rapporto simbiotico, in cui pubblico e privato si fondono fino a diventare chiavi di lettura ulteriori di una personalità unica nel suo genere. A partire dalla sua comunicatività. Kobe parlava molto, in diverse lingue, spesso per trovare il piano di comunicazione migliore possibile con il suo interlocutore.

L’italiano – impeccabile e declinato con una musicalità e un’inflessione inaspettata per chi è nato dall’altra parte dell’Atlantico –, però, era la lingua d’adozione. O, comunque, quella delle grandi occasioni. In campo quando le cose si mettevano bene – soprattutto con Sasha Vujacic, suo compagno di squadra ai Lakers con un passato tra le fila della Snaidero Udine – ma anche fuori: quando, nel 2018, si è trattato di salire sul palco degli Oscar per ritirare la statuetta vinta grazie al cortometraggio animato “Dear Basketball”, chiudere con un «Ti amo con tutto il mio cuore» dedicato alla moglie Vanessa è stata la cosa più naturale del mondo.

Come se quella lingua proveniente da un passato mai troppo lontano fosse l’unico mezzo con cui manifestare quell’umanità tenuta nascosta agli occhi del mondo, celata dietro la maschera di competitore feroce e aggressivo. E poi c’era l’affettività singolare di chi sentiva di appartenere a un posto pur non essendoci nato: “Se sono diventato quello che sono, è tutto merito dell’Italia. Lì ho vissuto negli anni della mia adolescenza, lì ho imparato a giocare a basket, lì ho lasciato tanti amici. E ho voluto che le mie figlie imparassero l’italiano, perché quelle sono le nostre radici».

Magic Johnson, da cui Kobe ha ereditato la responsabilità di essere icona e simbolo della Los Angeles gialloviola, ha ricordato quanto gli piacesse «parlare con lui della pallacanestro, dei Lakers, di essere padri e mariti e di quanto amavamo l’Italia». E la costiera amalfitana: se ne era innamorato nel 2009, durante una vacanza a Positano dopo la conquista del suo quarto titolo NBA, e ci tornava ogni volta che poteva.

E anche Napoli, città cestisticamente ancora “in cerca d’autore” dopo i fasti dell’era Maione, può dire di essere parte della trasversalità di un campione senza tempo: perché nel ribaltamento delle prospettive del campanilismo che resiste allo sport professionistico globale e globalizzato a tutti i livelli, la canotta più indossata nei playground cittadini è ancora la sua. Non c’è James o Curry o Harden che tenga: quelle “8” e “24” le avete viste ieri, le vedete oggi, le vedrete domani. Quando, magari, andrete a tirare sul lungomare di Pozzuoli solo per provare a scacciare via quel senso di vuoto che accompagna i momenti in cui ci si rende conto che chi non può morire invece muore, esattamente come tutti gli altri. Per questo ci si sente tutti un po’ più soli anche qui, in uno dei tanti luoghi di Kobe Bryant. E di tutti noi.