«Già sentir parlare di pretestuosità dei ricorsi non mi sembra francamente corretto. I ricorsi possono essere scritti e motivati bene o male, e il nostro sistema giudiziario già prevede filtri rigorosissimi in base ai quali i ricorsi vengono dichiarati ammissibili o meno. E del resto pari discorso sarebbe da farsi per i provvedimenti impugnati che non sempre, in ogni grado, brillano per logicità e ragionevolezza delle motivazioni». L’avvocato Gabriele Esposito, penalista e vicepresidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Napoli, replica così alle parole che l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, oggi presidente della seconda sezione penale della Corte di Cassazione nonché membro togato del Consiglio superiore della magistratura, ha affidato alle colonne del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

Il tema ruota attorno alla giustizia, alla sua riforma e alle proposte per snellire tempi e processi. Ebbene, secondo l’ex pm una soluzione sarebbe quella di “rendere responsabile in solido l’avvocato» nei casi di ricorsi dichiarati inammissibili. «Quando il cliente gli chiede di ricorrere – ha spiegato Davigo – il difensore gli farebbe depositare una somma fino a seimila euro che successivamente, in caso di inammissibilità del ricorso, verserà lui la somma al posto del cliente». Una proposta che ha sollevato una reazione dura, ferma, degli avvocati tutti. Tante voci, un unico pensiero: «È un’idea da bocciare», sostengono gli avvocati che la vedono come una ulteriore mortificazione al diritto di difesa sancito dalla Costituzione. Non solo la prescrizione, dunque, e non soltanto i controversi punti della riforma voluta dal ministro Alfonso Bonafede: a infiammare il dibattito sulla giustizia ci si mette anche la questione delle sanzioni pecuniarie. «Assurdo farle ricadere sugli avvocati protestano gli avvocati stessi». E sui social si scatenano le reazioni: «Pagassero anche giudici e pm allora, pagassero per ogni misura rigettata o annullata». E piogge di like a commenti di questo tipo, segno evidente di una precisa presa di posizione da parte degli avvocati. A cosa porterà? E’ presto per dirlo.

Di certo non si può ignorare il parere dell’Avvocatura, che è una parte importante del sistema giustizia. «Dichiarare di voler condannare in solido gli avvocati al pagamento della eventuale sanzione pecuniaria – aggiunge il penalista Gabriele Esposito – la considero semplicemente un’inutile provocazione che esaspera ancor più il dialogo tra le parti e, oltre a ferire la dignità professionale degli avvocati, lede il principio di inviolabilità della difesa di cui al secondo comma dell’art. 24 della Carta costituzionale». Perché? Perché la si ritiene un modo per attribuire un costo ulteriore alla possibilità di difendersi, laddove, come in ambito penale, la giustizia dovrebbe costare il meno possibile.

«La tutela della libertà personale non può essere subordinata a costi aggiuntivi se non a quelli previsti per i diritti di copia per i fascicoli processuali, già fin troppo esosi – sottolinea Esposito – E comunque appare addirittura offensiva la solidarietà della sanzione pecuniaria attribuibile ai difensori nel caso di ricorsi inammissibili perché, se non riesce lo Stato con i suoi mezzi a esigere il pagamento di dette sanzioni, come si può pretendere che un libero professionista vi possa provvedere… Ci pensi lo Stato a incrementare le azioni di recupero crediti e non faccia gravare sui cittadini le sue inefficienze». Attualmente, nei casi di ricorsi inammissibili, la sanzione, variabile da duemila a seimila euro, è a carico dell’imputato e, secondo la statistica fornita da Davigo, lo Stato incassa solo il 4%.Inoltre, se per l’ex pm quella della sanzione pecuniaria sarebbe una possibile soluzione al problema dell’eccessivo numero dei ricorsi (in Cassazione 90mila in un anno a fronte dei 90 casi trattati dalla Suprema Corte negli Stati Uniti), per gli avvocati gli escamotage devono essere altri. «Innanzitutto – ragiona l’avvocato Esposito – occorre una riforma del codice di rito a partire dal rispetto dei termini di durata delle indagini preliminari entro cui il pubblico ministero deve obbligatoriamente formulare la richiesta di rinvio a giudizio; in tal modo il giudice di primo grado avrebbe tempo a sufficienza per celebrare il dibattimento, con buona pace di eventuali timori di prescrizione del reato».

E poi c’è il tema degli organici, annoso e irrisolto nodo del nostro sistema-giustizia. «Come peraltro, e giustamente, lamentano anche tanti magistrati – continua il vicepresidente dell’Ordine degli avvocati napoletani – mancano persone e mezzi per poter affrontare adeguatamente e serenamente i processi. E’ un pò come tentare di giocare a dama con la metà delle pedine». Perché la questione della carenza di risorse, sia negli organici della magistratura quanto e soprattutto in quelli delle cancellerie, è un tema che rende difficile il paragone con altri Paesi e con altre realtà giudiziarie. Quanto al confronto con gli Usa in tema numeri di ricorsi, la replica dell’avvocato Esposito è chiara: «Eviterei il continuo richiamo, con numerosi esempi, al sistema processuale americano, sistema a mio avviso sicuramente imperfetto e nel quale vige ancora, in tanti Stati, la pena capitale»