«Sono vittima delle seguenti fobie: l’ipocondria (the firts of the class), dermatofobia (paura delle lesioni della pelle), cancerofobia, aracnofobia, iatrofobia (la paura dei medici e del personale sanitario in generale), eliofobia (paura per gli effetti dannosi del sole), entomofobia (irrazionale timore nei confronti degli insetti), aerofobia (la paura di volare), acrofobia (la paura del vuoto), coimetrofobia (la paura dei cimiteri), talassofobia (la paura del mare aperto), chinetosi (che in realtà non è una fobia ma che sento come tale), la frigofobia (timore di provare un freddo incontrollabile, che mi prende soprattutto se ho la febbre). E poi, per non farmi mancare nulla, quelle che le racchiudono un po’ tutte: la panofobia (vaga e persistente paura associata a un male sconosciuto) e, per terminare in bellezza, la fobofobia (cioè la “paura delle paure”, il timore di sviluppare una fobia)».

Manifesto ideale di tutti i super-ansiosi sulla loro salute – sotterraneamente percorso da un impetuoso: Ipocondriaci di tutto il mondo, uniamoci – “Inventario di un cuore in allarme” di Lorenzo Marone, edito da Einaudi, è il racconto esilarante delle paturnie del protagonista. Incantevoli le sue conversazioni con lo psicoterapeuta e con il parroco; da risa fino alle lacrime i suoi quasi infarti di fronte a qualsiasi, insignificante, sintomo, la ricerca, non necessaria, di medici nel tardo sabato sera, il coinvolgimento di familiari e amici in inutili visite ospedaliere. Ma è soprattutto – oltre che un manuale di divulgazione scientifica (fisica e chimica), nonché filosofica, innervato di considerazioni di prezioso buonsenso – una riflessione ironica, leggera e profonda sulla vita e sulla morte. Più vicino al buddismo che ai dogmi del cattolicesimo – ma, al bisogno, prega il Padre Nostro e l’Ave Maria – il protagonista di “Inventario di un cuore in allarme” dà spazio alla problematica religiosa: «Siamo polvere di stelle, come diceva quel tale, e sul palmo delle mani abbiamo pezzi del nostro Sole.

Ecco, la mia fede è nient’altro che la consapevolezza di questa magnificenza, di chi e cosa siamo nello spazio e nel tempo. Il mio personale modo di credere è ringraziare Dio e il cielo per farmi ogni giorno minuscolo e meravigliato partecipe di un qualcosa che non comprendo, ma che mi è dato di assaporare». Lettori privilegiati, quasi un esercizio terapeutico, tutti gli “spaventati” (quindi, in qualche misura, nessuno esente): «Chi è ipocondriaco di professione può capirmi: noi passiamo l’esistenza cercando di non ascoltare brutte notizie, pratichiamo lo slalom fra le tragedie, guardiamo distrattamente i telegiornali, siamo sempre pronti a cambiare canale quando sentiamo puzza di bruciato, non leggiamo i giornali se non in modo superficiale e, se qualche conoscente parla di malattie, cerchiamo di non prestare attenzione, semmai canticchiamo in mente la nostra canzone preferita».

Dietro l’ipocondria, «che a Napoli chiamiamo appocundria, tu guarda», la paura della felicità: «L’ipocondria non ha nulla a che fare con la paura di morire, ma si ciba del terrore di vivere, della nostra incapacità di vivere tendendo al benessere. Per questo arriva nei piccoli momenti di felicità apparente, perché il suo compito è proprio punirci e non lasciarci coinvolgere dall’abbraccio della vita, per non farci abbandonare alla speranza e alla gioia». Tra il tentativo di evitare qualsiasi cosa aumenti l’ansia e lo sforzo di affrontarla lancia in resta, il protagonista di “Inventario di un cuore in allarme” sceglie l’accettazione di sé: «Credo che il primario compito di ognuno sia rendere degna la propria esistenza, combattere con tutte le forze perché sia tale, per non sentire di avere sprecato l’unica grande occasione che ci è stata data per lasciare un segno del nostro passaggio terreno».

Perciò, «continuerò nel mio piccolo a tentare di abbattere i muri che mi rovinano la vita con l’unica arma che ho, quella leggerezza profonda o profonda leggerezza che in parte mi ha trasmesso la famiglia, in parte la mia terra». Anche perché scopre che non è affetto da molte fobie, per esempio, dall’«arachibutirofobia, il timore che il burro di arachidi si attacchi al palato», e, soprattutto, dalle due più pericolose, cioè la xenofobia, la paura dello straniero, e la philofobia, la paura di amare: «C’è una sola linea di demarcazione che da sempre ci separa gli uni dagli altri, ed è il modo in cui decidiamo di starci in questo piccolo mondo storto: strizzando l’occhio ai potenti, o tendendo la mano agli ultimi»