Penalista e professore ordinario di diritto penale all’Università di Napoli Federico II nonché consulente della Commissione parlamentare antimafia, Vincenzo Maiello accetta una riflessione sulle possibili soluzioni agli affanni della giustizia andando oltre le critiche alla riforma Bonafede e al blocco della prescrizione che da tempo animano il dibattito giudiziario.

Professore, quale potrebbe essere un intervento utile per risolvere il problema della durata eccessiva dei processi?
Bisogna costruire un rapporto più equilibrato e orientato all’ottimizzazione delle risorse tra le domande di tutela penale e la capacità di risposta degli apparati giudiziari. Finché produciamo sulla carta una domanda enorme e impressionante di tutela penale con una crescita smisurata delle incriminazioni, creiamo le premesse per l’avvio di milioni di procedimenti penali ma, non potendo contare su un apparato di definizione e di gestione di queste domande di tutela, avremo sempre un sistema al collasso. Purtroppo non è questione solo dell’oggi. Fino al 1992 questa situazione di affanno operativo veniva risolta con il ricorso ciclico alle amnistie che nei fatti servivano a far riprendere fiato al sistema, azzerando il sovraccarico di lavoro in modo da ripristinare condizioni di effettiva praticabilità dell’accertamento dei reati. Dopo la modifica dell’articolo 79 della Costituzione, che ha previsto maggioranze parlamentari di difficilissima formazione, ci siamo privati di questo strumento e il suo spazio ha così finito per essere stato occupato proprio dalla prescrizione. La differenza, tuttavia, è che mentre l’amnistia era frutto di una scelta parlamentare che si esponeva al giudizio di responsabilità politica, la prescrizione è in qualche modo affidata al caso e a tante variabili che rendono complessivamente diseguale la risposta giudiziaria al crimine. Una soluzione sarebbe intervenire con depenalizzazioni di ampia portata.

Ci spieghi meglio.
Se abbiamo decine e decine di migliaia di figure di reato e ingolfiamo le procure e poi le aule del dibattimento con una serie impressionante di procedimenti, molti dei quali per reati che potrebbero essere benissimo sostituiti da illeciti amministrativi e i cui processi potrebbero essere abortiti con strumenti di deflazione processuale molto più duttili ed estesi, acuiamo la drammaticità del problema perché a fronte dell’approvazione progressiva e sempre crescente di nuove ipotesi di reato facciamo restare sempre agli stessi livelli di operatività il sistema giudiziario. Anzi, per anni abbiamo registrato un calo del numero di personale amministrativo e con una pianta organica dei magistrati immutata da decenni. Depenalizzare consentirebbe di alleggerire il peso del carico di processi.

Non si rischia di favorire l’impunità?
In uno Stato moderno la risposta ai fatti illeciti non deve considerarsi appannaggio esclusivo della giustizia penale ma deve poter contare su un campionario più articolato di reazioni punitive di varia natura. Bisogna distinguere il fenomeno della depenalizzazione dal fenomeno della decriminalizzazione. Quest’ultima comporta il passaggio dal reato all’area della liceità, quindi un fatto che prima costituiva reato diventa un fatto lecito. La depenalizzazione invece è il processo di trasformazione del reato in illecito amministrativo. Se rafforziamo la capacità della pubblica amministrazione di gestire con efficacia questo potere, come accade in altri Stati, avremo un’area molto estesa di sanzioni non penali.

Quali reati potrebbero essere depenalizzati?
Reati contro il patrimonio non qualificati dalla violenza o dalla minaccia, la maggior parte dei delitti di falso, i reati in materia di governo del territorio, parte dei delitti tributari, tantissime altre materie della legislazione complementare. Si potrebbe ricorrere a istituti di fuoriuscita dal processo anche per reati di medio-alta gravità quali gli istituti della giustizia riparativa, ma strutturandoli e sperimentandoli in una maniera diversa da come li abbiamo fin qui concepiti.