È cresciuto giocando nelle strade di Fuorigrotta il più forte napoletano di sempre. Poi ha girato il mondo, ma non ha mai reciso il legame con quelle strade, con la sua città. Fabio Cannavaro. ospite del Tennis Club Napoli del presidente Riccardo Villari, lo dimostra con le sue risposte. È diventato campione del Mondo da capitano e l’ultimo italiano e l’ultimo dei tre difensori di sempre ad aggiudicarsi il Pallone d’Oro. Il suo gioco era l’elogio della scivolata, del tackle, dell’anticipo intuitivo e a volte spericolato. Oggi allena il Guangzhou, in Cina, con il quale ha vinto il campionato.

Cosa rappresenta per lei questo primo successo da allenatore?
«È stata una grande soddisfazione. Doveva essere un anno transitorio e invece abbiamo vinto battendo il record di vittore consecutive».
È conosciuta Napoli in Cina?
«Sì ma non tantissimo. I cinesi scelgono più Venezia, Roma, Firenze».
E il Napoli?
«Di più negli ultimi anni. Manca quella vittoria che gli permetterebbe di fare il salto di qualità».
Le mancano l’Italia e Napoli?
«Mi manca l’Italia ma soprattutto Napoli. Qui sono nati i miei figli e qui tornerò a vivere un giorno. Anche se ho notato che è sempre più raro vedere bambini che giocano per strada».
Perché?
«I genitori hanno paura. Bisogna puntare sulle infrastrutture. Io ho cominciato sul campo dell’Italsider, a Bagnoli, che oggi è chiuso; al centro Paradiso, chiuso pure quello; al Campo degli Aranci, stessa storia. I posti dove ho iniziato non esistono più. È un peccato. I giovani hanno bisogno di spazi dove giocare a basket, a calcetto, a tennis».
Anche il Calcio Napoli ha un problema con il settore giovanile?
«Non abbiamo mai avuto un settore particolarmente curato. Prima qualcuno veniva fuori ma oggi sono spesso le squadre del Nord a comprare i napoletani. Comprendo però la società: acquistare tutti questi ragazzi è difficile. Ma si può fare di più».
Cosa non ha funzionato quest’anno nel Napoli?
«Quando si cambia l’allenatore la sconfitta è di tutti. Non ci può essere solo un capro espiatorio. Ma con Gattuso si può risalire».
Lo ha sentito?
«Spesso. Sa che ha un’opportunità importante, che il Napoli non è da tutti. È un professionista tenace».
Cosa pensa del rapporto complicato tra tifoseria e il capitano Insigne?
«Tutti i napoletani hanno avuto problemi con il pubblico. Da loro ci si aspetta sempre qualcosa in più. Penso a mio fratello Paolo, a Ferrara, a me stesso. Ad Antonio Iuliano, una bandiera che in pochi ricordano. Il caso di Insigne è diverso perché è un attaccante e viene giudicato soprattutto per il gol. Quindi ci auguriamo possa segnare tanto e archiviare le critiche».
Cosa non ha funzionato nella coppia di centrali Manolas-Koulibaly?
«Per caratteristiche sono simili: preferiscono entrambi giocare con un punto di riferimento, che è l’uomo da marcare E poi quando si cambia squadra non si riesce a dare subito il 100%. Capitò anche a me».
L’Italia del calcio era celebrata per la difesa. Pensa che l’influenza dei modelli stranieri abbia frenato la nascita di grandi difensori?
«Non saremo mai come gli spagnoli o gli olandesi. Prima di Sacchi eravamo quelli del catenaccio e dopo abbiamo mantenuto quella solida organizzazione difensiva che ci ha dato grandi soddisfazioni. Oggi, giustamente, si guarda più all’aspetto offensivo: la gente vuole spettacolo. E quindi si cercano di più i difensori bravi nella fase tecnica. Come sempre ci vuole un equilibrio».
Da allenatore a chi si ispira?
«Sono stato allenato da quasi tutti i più grandi. Capello, Lippi, Malesani, Ancelotti, Sacchi, Trapattoni. Non ce n’è uno. Io ho il mio stile».
Da ultimo Pallone d’Oro italiano, vede qualcuno che in prospettiva potrebbe riuscire a vincerlo?
«Fin quando ci saranno attaccanti che fanno 50 gol all’anno, come Messi e Cristiano Ronaldo, la vedo difficile».
Pensa che il calcio di oggi sia sufficientemente spettacolare o cambierebbe qualche regola?
«Si sono ridotti sempre di più i contatti. Tante regole tutelano determinati tipi di giocatori invece che altri. È difficile però migliorare la velocità attuale. Mi piace anche che i portieri partecipino di più al gioco».
Ha lavorato in Qatar, Arabia Saudita, ora in Cina. Quando in questi paesi vengono proposti eventi sportivi, si discute sul rapporto tra sport e diritti umani. Crede siano problemi che uno sportivo debba porsi?
«Lo sportivo deve fare sempre lo sportivo. Ovviamente ci sono situazioni nelle quali si deve intervenire e prendere le difese di chiunque».
Il Riformista dedica un Fotoromanzo ai miti del Calcio Napoli. Ha un suggerimento per qualcuno che è stato sottovalutato?
«Benny Carbone. Aveva qualità tecniche fantastiche ma è capitato in un periodo sfortunato».
Chi più di altri l’ha fatta innamorare del calcio?
«Da bambino, ovviamente, il mio idolo era Maradona. Ma un punto di riferimento era Ciro Ferrara. Veniva dalle giovanili e ha vinto tanto. Io allora facevo il racchettapalle e lui mi dice sempre che non facevo il racchettapalle a Maradona ma a lui, perché Maradona la palla non la buttava mai fuori».