La meritoria riproposizione, cominciando da Tibi e Tascia, dell’opera omnia di Saverio Strati, da parte dell’editore Rubbettino, riporta all’attenzione un autore ingiustamente trascurato, che merita posto nella migliore letteratura del nostro Novecento. Narratore della Calabria, Strati si è fatto parola e racconto del Meridione del suo tempo, con forza di verità e poetica priva di ogni orpello. Pubblicato per la prima volta nel 1959 da Vittorini per Mondadori, su segnalazione di Debenedetti, Tibi e Tascia è intessuto di realtà dolorosa e di favola che mantiene il fascino dei “cunti” tramandati oralmente ed è fittissimo di dialoghi tra i vari personaggi e tra ciascuno e se stesso.

Ambientato nel dicembre del 1935, il libro parla di un Sud, fortunatamente passato, di contadini poveri e di ancora più poveri lavoratori a giornata nelle terre del latifondista locale, di luoghi ignari di altre dimensioni di vita, dove i riti religiosi del Natale sono la festa più grande e mangiare qualcosa di caldo non capita tutte le sere. Un mondo in cui la stragrande maggioranza dei bambini non va a scuola e i pochi che ci vanno vengono eruditi a considerare il Duce come l’uomo più grande del pianeta e le stragi in Africa del generale Graziani come un esempio di superiore civiltà. Ma lo sfondo sociale superato, i giochi ormai desueti (il campanaro, i castelli di nocelle) condivisi in piazza, uno sbalordimento di fronte a un’automobile tale che oggi non si avrebbe neppure se in tangenziale apparisse un corteo di venusiani, nulla tolgono alla “contemporaneità” di questo romanzo d’infanzia che, come giustamente osserva Goffredo Fofi nella prefazione, non ha uguali nella nostra letteratura. Nell’interstizio tra l’infanzia, in cui è ancora possibile per bambini e bambine giocare insieme (con il crescere dell’età, le convenzioni sociali l’avrebbero reso impossibile) e l’inizio dell’adolescenza, che significherà, per gli uni e le altre, faticoso lavoro, un affresco di stupori, scoperte, rossori, gelosie, malumori, tristezze e gioie.

I piccoli sommovimenti del cuore, le grandi domande sulla vita e sul mondo, l’incanto del bello, il peso del dolore, la scoperta delle differenze sociali, il superamento e il ritorno all’interno della propria solitudine e la scelta, non sempre possibile, del proprio futuro. Al prezzo, fortissimo, della separazione dalla madre e anche da Tascia, costretta a rimanere nel suo mondo immobile, Tibi riuscirà a intraprendere l’unica strada che può consentirgli di spezzare la malia di una sostanziale prigione. A servizio da una ricca famiglia, potrà finalmente studiare, «simbolo – come scrisse Pasquino Crupi – di una generazione che si affranca dalla servitù della gleba». Osserva Fofi: «Difficilmente chi oggi lo scopre potrà dimenticarlo. Questa scoperta sarà per lui qualcosa in più che la scoperta di un buon romanzo, bensì quella di uno dei più bei romanzi sull’infanzia che si conoscano, degno dei più grandi, ma con una sua diversità tutta nostra, tutta italiana».

Felice scoperta sarà anche la rilettura delle altre opere di Strati, da Noi lazzaroni a Il Selvaggio di Santa Venere, in cui le tematiche dei rapporti familiari, degli inserimenti malavitosi e dell’emigrazione costituiscono anche un eccezionale documento storico capace di assurgere a una più struggente universalità di emozioni. Con una lingua naturalmente impastata di parlato e uno stile intriso di quotidiana concretezza – potè studiare solo ventenne, dopo aver conosciuto il duro lavoro manuale – Strati affronta non solo lo sfondo sociale, le problematiche sociologiche e politiche sottese ad alcuni vincoli del Sud, ma i nodi psicologici, l’ignoranza e la solitudine, l’insicurezza relazionale e il bisogno di riconoscimento che porta all’inserimento nei clan e la scissione interiore, il trauma morale che comporta l’emigrazione.

Vissuta, quest’ultima, da una parte, con la consapevolezza che si tratti della decisione migliore per se stessi, per allontanarsi non solo da mancanza di lavoro e conseguenti difficoltà economiche ma anche dai lacci di una società immobile e, contemporaneamente, col rimorso di una scelta che depaupera la propria terra rendendola più debole e marginale. Rispondendo, però, a un intervistatore, nel 1984, Strati dichiarò che, se si fosse trovato nella necessità di salvare solo uno dei suoi tanti libri, non avrebbe avuto dubbi su Tibi e Tascia.