Non esiste un’Europa senza Erasmus. Affermazione non del tutto scontata, di questi tempi. Recentemente è emerso il tema della messa in discussione dell’appartenenza e della continuità del Regno Unito a Erasmus+ – per gli anni 2021-2027 – a causa di un voto negativo della Camera dei Comuni su un emendamento che vincolava il Governo di Sua Maestà al rinnovo obbligatorio del programma in vista della Brexit che imporrebbe alle parti di accordarsi bilateralmente su tanti aspetti, scambi compresi.

Il noto programma di scambi universitari e formazione da anni consente a migliaia di giovani cittadini europei di viaggiare, studiare e formarsi senza confini. Dal 1987, oltre mezzo milione di italiani ha partecipato ad Erasmus+ attraverso le possibilità offerte dall’Agenzia Nazionale per i Giovani, Indire ed Inapp. È la vera anima dell’Europa. In un’Europa dei popoli che stenta a decollare, limitata ed ingessata da volontà politiche accentratrici dei singoli Stati nazionali e dalla mancanza di una classe dirigente europea, l’Erasmus ha svolto il ruolo di collante meglio di ogni altra iniziativa. È stato ed è talmente un successo che oramai coinvolge decine di Paesi non UE sia come aderenti sia come partner dell’UE. L’Erasmus è un piccolo motore di cambiamento, di progresso e di speranza, il faro che illumina le notti buie d’Europa. Quelle che abbiamo vissuto e quelle che potrebbero tornare.

Ecco, è un argine della democrazia. Oggi sarebbe impensabile, folle, voler tornare indietro. Un Erasmus senza Regno Unito o senza anche uno solo degli altri Paesi appartenenti rappresenterebbe una ferita profonda ai sogni dei ragazzi. Penso ai tanti ragazzi del Sud, per i quali un’esperienza di vita e studio all’estero può rappresentare un rilancio umano, accademico e professionale enorme. Basti pensare che l’Università Federico II è la sesta in Italia per mobilità generale in Erasmus+ e che ancora oggi Londra rimane un punto di riferimento imprescindibile. Non importa quale professione si svolga o quale lavoro si cerchi. La meta – in questi casi – è più importante, è la risposta.

In una parte d’Italia – come il Sud – lacerata, sfiduciata e impoverita, le opportunità europee rappresentano un mezzo unico per provare a riscattarsi, per ambire ad un futuro diverso, per migliorarsi provando a restare nel proprio Paese. Il tema vero è anche questo. Rilanciare il Paese, il Sud e perché no Napoli, arginando la desertificazione giovanile in corso fotografata dai dati Istat, Censis ed Ocse-Pisa. Difendere l’Erasmus significa custodire i valori profondi dell’Europa di Ventotene. Difenderlo significa dimostrare che esiste un Paese che lotta, che resiste. Che immagina un’Italia in Europa a tutti i costi ed un’Europa sempre più vicina alla gente, ai territori ed alle comunità. Difenderlo vuol dire costruire una classe dirigente al Sud – e a Napoli – che abbia gli occhi aperti al mondo con una visione ampia.