“Era una brava persona, salutava sempre», dicevano i vicini di casa. Del malvivente, del malintenzionato, del malfattore del caso di cronaca di turno. E vallo a capire se saluteranno ancora i protagonisti dei prossimi casi. Difficile, a giudicare dalle disposizioni emanate dal ministero della Salute. Per evitare la diffusione del Coronavirus si è infatti consigliato di azzerare i contatti ravvicinati, niente saluti particolarmente affettuosi o calorosi, evitare i luoghi affollati. E non è detto che queste misure non siano un bene. Via l’obbligo, per esempio, di abbracciare persone che non si vogliono abbracciare. «Io non ti conosco. Io non so chi sei», come cantava Mina. E via con un saluto scout, uno militare, al massimo una pacca sulla spalla. E cosa dire degli avventati baciamano di grossolani galantuomini? Grazie al virus, questa melassa, ce la toglieremo di torno forse per tutti i secoli dei secoli. Meglio i saluti dei rapper, lo Shaka dei surfisti, l’Augh! degli indiani. Anche il presidente della Campania Vincenzo De Luca, a Radio Crc, ha detto di aver adottato un suo personalissimo saluto con entrambe le mani alzate (come Silvio Berlusconi) Evitando il contatto, naturalmente. E al Sud? Sarà così facile com’è stato per il governatore inventare nuove forme di saluto o adottarne di vecchie? Qui dove – è cliché ma anche verità – si è abituati a toccarsi, ad abbracciarsi, a baciarsi. Le disposizioni del ministero annullano tutto questo. Il calore, il colore del Meridione. Praticamente, è la fine del Sud.

«Non penso che sia la fine del Sud. Casomai è una sospensione», replica Marino Niola, antropologo, divulgatore scientifico e professore presso l’Università Suor Orsola Benincasa. E come la mettiamo con il proverbiale calore dei meridionali? «Non è un caso – spiega l’antropologo – se la prima volta che vennero studiati i gesti fu proprio a Napoli, con il trattato di fine ‘700 di Andrea De Jorio: La mimica degli antichi investigata nel vestire napolitano. Nel testo si indagava ciò che rimaneva dei gesti del passato nella città di allora, a partire dalle opere antiche. Anche il più grande etologo, Desmond Morris – continua Niola – per il suo libro sui gesti mandò a Napoli uno dei suoi migliori allievi, Peter Collett». Insomma, qui, e in altre aree del Mediterraneo, il corpo è un linguaggio parallelo alle parole. È vecchio, per esempio, l’aneddoto dei turisti che vedono due italiani litigare in strada. E soltanto dopo, dopo aver capito prossemica e abitudini del posto, si rendono conto che non stanno litigando: è soltanto il loro modo di parlare, urlando e gesticolando. That’s amore, insomma. Ma perché, in special modo al Sud, si comunica in questo modo?

«Succede soprattutto dove si vive molto all’aria aperta, in contesi molto affollati o distanti, caratteristiche di molte aree del Mediterraneo, nelle quali le parole devono essere affiancate ad altri segnali per non generare equivoci», spiega Niola. E poi aggiunge, sulle misure suggerite per contrastare il Covid-19: «Si tratta di prevenzione. Non perderemo la socialità, semplicemente troveremo altri modi per tradurla in segnali corporei». Per esempio? «Gli indiani in questo periodo hanno recuperato il loro saluto tradizionale: il Namasté con le mani congiunte».

Dello stesso avviso Enzo Decaro. Attore, comico, già membro del trio storico La Smorfia con Massimo Troisi e Lello Arena. Ha dovuto annullare diverse date del suo spettacolo, Non è vero ma ci credo, per via del virus. «Viviamo in un clima di “incubazione”, spero non si arrivi al salutarsi con i piedi», commenta. «Anche io propongo – continua – il saluto indiano. Il Namasté ci protegge e ci fa apparire più spirituali. Ci si inchina alla divinità dell’altro senza dover stringere la mano. Personalmente, comunque, adotto un atteggiamento equilibrato ma è impossibile ad esempio rinunciare ad abbracciare amici e parenti». Eccola qua, finalmente, la passione napoletana, della gente del Sud, carnale e viscerale. La stessa che Noemi Letizia, protagonista del reality-show Real Housewives Napoli, non riesce ad arginare. Dice: «Continuo, sbagliando, a salutare con due baci. È un’abitudine troppo radicata in me e in noi napoletani. Ho sempre con me l’amuchina e credo che rispettare le norme base della buona educazione (non tossire o starnutire vicino ad altri) sia già l’inizio della prevenzione. Non vorrei dare il cattivo esempio – spiega – ma ho una vita frenetica e purtroppo non riesco a seguire alla lettera le direttive che andrebbero osservate scrupolosamente»

. Chi le rispetta a casa ma invece non riesce a farlo fuori, e non per colpa sua, è Gigi Finizio. Il cantante – quello che scrisse Amore amaro, ballata strappalacrime che attacca così: «Le mani, tutto incomincia sempre con le mani»; un’avvertenza sul Coronavirus praticamente – il cantante, dicevamo, paga il prezzo della celebrità: «In casa prendo le precauzioni necessarie ma fuori diventa quasi impossibile.

Per un artista che canta la passione, l’amore è imbarazzante mettere le distanze con il suo pubblico. Per strada cerco di prestare attenzione ma, sbagliando, continuo a dare la mano e ad abbracciare le persone che incontro. Non so tirarmi indietro. Nei prossimi giorni ho due concerti sold out in Sicilia, città calorose ma dovrò fare un appello dal palco scusandomi e annunciando che non potrò stringere mani abbracciarli o fare foto». Sulle misure del ministero, tuttavia, solleva qualche dubbio Giulio Tarro, virologo di fama internazionale. «Tutto sommato – riflette – c’è una tendenza ad aumentare le paure, la sindrome da panico. Le misure andrebbero stabilite meglio, nel dettaglio, chiarire le premesse.

Non si danno delle disposizioni tassative senza poter spiegare mentre ognuno di noi ha un suo denominatore culturale. Se non si capisce il criterio – continua – non si può imporre la consapevolezza con la forza, e non con la cultura. Sono disposizioni imprecise». Ma l’emergenza, in generale, è preoccupante? «La situazione dovrebbe rientrare. Appena arriverà il caldo il virus scomparirà. Nel frattempo meglio limitare i contatti almeno con gli estranei». E quindi con il saluto della Regina Elisabetta; con un inchino, per gli elegantoni; con il cappello, per chi lo porta. O con un semplice “ciao” con la mano. Vale anche per il caso di cronaca: salutava sempre, si continuerà a dire. Sì, ma da lontano.