La ragione per cui il Riformista esce con un allegato locale è tutta nell’articolo di apertura di questo primo numero, in cui si rivela, con l’aiuto di dati e di mappe, che Napoli è, tra le grandi città, la più polarizzata d’Italia. La più socialmente separata. La più diseguale. Napoli ha la gran parte della classe agiata (per censo, lavoro e cultura) asserragliata in tre soli quartieri e la gran parte della classe debole disseminata intorno, quasi schierata in formazione di assedio. In questa città così divisa, inoltre, la frattura tra quartieri elitari e quartieri popolari non solo è particolarmente profonda, ma è praticamente la stessa di cui si parla da secoli.

Il benessere, seppure con le sue ombre, è ovviamente arrivato anche da queste parti. Ma se le condizioni generali della città sono migliorate, se Anna Maria Ortese non impreca più per i miserabili ammassati nei vecchi Granili, e se, al suo posto, la giovane Viola Ardone può solo ricordare, come storia passata, i treni che portavano i figli dei poveri in vacanza in Romagna, è pur vero che un abisso divide ancora Chiaia da Scampia o Posillipo da San Pietro a Patierno. Il che la dice lunga sui fallimenti di chi ha governato Napoli nei decenni passati e di chi, di recente, non ha saputo invertire la rotta. Quante famiglie e da quante generazioni, nei quartieri dell’abbandono, non riescono a salire un solo gradino nella scala sociale? In più, l’incapacità di gestire la città nel suo complesso ha abbassato ovunque la qualità dei servizi: poco verde, pochi trasporti, poca nettezza urbana. E questo fa si che Napoli oggi sia una città tutt’altro che “smart”: piace sempre di più ai turisti, e sempre di meno ai residenti. Nessun potere, per altro, può negare l’evidenza. E la camorra è un elemento costitutivo di questo squilibrio, sebbene sia spesso evocata – anche dalla magistratura- per giustificare letture apocalittiche e paralizzanti della città.

Detto questo, e aggiunto che la diseguaglianza, al pari dell’eguaglianza, quando è eccessiva rende ogni sistema esplosivo, arriviamo al punto. Come reagire? Come costruire, direbbero i sociologi, una nuova densità sociale e una più alta qualità urbana? Un giornale può poco, oggettivamente. Ma ecco quello che faremo noi. Lavoreremo sui fatti e sulle idee, e su queste non meno che su quelli. In linea con il Riformista nazionale, e per evitare che il benessere diventi rendita (e la stagnazione declino) tra le idee privilegeremo quelle ispirate ai principi del garantismo, del liberalismo e del riformismo. Le idee così selezionate le porteremo quindi su queste pagine con lo stesso spirito con cui i fisici “sparano” le particelle subnucleari negli acceleratori ad alte energie: per studiare le reazioni provocate dal loro fondersi o respingersi.

Ci occuperemo di Napoli, ma non solo, perché per capire meglio la città saranno inevitabili valutazioni comparative dentro e fuori l’area metropolitana. Più in generale, eviteremo l’effetto Matilde Serao; eviteremo cioè di porci – noi giornalisti – come interlocutori esclusivi dei decisori pubblici e daremo spazio direttamente alle competenze reali e specifiche, dando conto di studi, ricerche e progetti troppo spesso schiacciati dal peso della cronaca. Quest’ultima troverà il suo giusto spazio sull’edizione online che avrà un portale napoletano con accesso diretto. Ricorreremo però alla lezione della Serao per dar conto di tutto senza sacrificare il lato leggero della vita. Anche questo dorso locale avrà il suo fotoromanzo, dedicato alla storia degli azzurri che hanno fatto grande il Napoli. Così da trascendere con la memoria l’attuale desolante contesto.