«Tu m’haje aiutà… M’haje ìa nasconnere». Gabriele Santoro, professore al Conservatorio di San Pietro a Maiella si ritrova una sera, nel suo appartamento a Forcella, un bambino di dieci anni, Ciro Acierno, figlio di un camorrista che abita nel suo stesso palazzo. Il bambino nascosto, edito da La nave di Teseo, seconda prova narrativa di Roberto Andò, palermitano, regista di prosa, lirica e cinema, dal 1 gennaio del 2020 direttore del teatro Mercadante – «ho accettato per l’amore della città» – racconta l’incontro tra due mondi del tutto distanti pur vivendo un piano sopra l’altro.
Santoro è un uomo colto, abitudinario e metodico anche nelle piccole cose. Facendosi la barba, recita poesie. La sua passione è Kavafis, «quel poeta di candele, di finestre, di ombre, di malinconiche dissolutezze … un conforto per la sua anima». Vive solitario, ritirato dal mondo, ha abbandonato anche l’attività concertistica, poche uscite, la spesa (parca) al supermercato, qualche amico, pochi contatti con alcuni allievi, quasi «una vocazione al fallimento».
Ha un padre anziano e un fratello, magistrato, ma la loro non-relazione è fatta solo di «recriminazioni, accuse, risentimenti, ferite». Prova a «tenere lontana la noia» e ama «quella condizione di limpida evanescenza dei sensi» che gli dà la musica suonata e ascoltata, quando si libera «finalmente dell’io e della sua ipertrofica propensione al ragionamento».
Ciro, dalla carnagione chiara e dai lineamenti delicati, lo sguardo più adulto della sua età, conosce la strada, la violenza dei gesti e delle parole e sa d’essersi messo in un guaio in cui non vuole precipitare. Insieme al suo amico, Rosario Amitrano, aveva rapinato «una donna anziana, una che si capiva lontano un miglio che teneva un sacco di soldi nella borsetta» senza «immaginare che la donna scippata fosse la madre di Alfonso De Vivo, la megera che reggeva gli affari criminali di mezza Napoli, tantomeno che dopo la caduta sarebbe finita in coma al reparto di rianimazione del Cardarelli». E De Vivo, boss più importante del padre di Ciro e di quello di Rosario, ha chiesto che gli venissero consegnati i due ragazzi. I due padri hanno chinato la testa e i due ragazzi sono scappati.
Contro ogni sua stessa logica, il maestro accetta di nasconderlo e, in pochi giorni, «diventa in tutto e per tutto, dipendente da Ciro. (…) la musica, la lettura, la concentrazione, gli dei che sin lì avevano sovrinteso alla sua vita di uomo solitario erano stati spazzati via, e avevano ceduto il posto a un dio bambino».
Ciro gli spiega dove stanno le armi del clan e gli insegna a maneggiare una pistola; il maestro gli dà lezioni di piano: «Ciro, figlio di un camorrista, cresciuto in un ambiente privo del minimo scrupolo morale, confermò di possedere una insospettata predisposizione per la musica. Anzi, al termine della lezione, Gabriele ebbe il sospetto che il bambino possedesse l’orecchio assoluto». Non è il compiacimento del maestro verso l’allievo dotato, è la scoperta, mai pronunciata, della paternità in un uomo che, legato ad altri uomini, non aveva mai pensato a questa dimensione. E per Ciro, il maestro si immergerà in una città a lui sconosciuta che ha il colore indefinito dell’albume.
«Nell’incrociare i volti drogati e assenti di quella moltitudine, il maestro avvertì il fiato pestilenziale del ventre corrotto di Napoli. Tutta l’energia sordida del rancore e della rapina si trovava lì, tra quelle larve. Si soffermò a guardare le donne e ne vide di bruttissime e di bellissime, ma nello sguardo di tutte riconobbe la prigione dell’assuefazione, e della stanchezza. Non una che si sottraesse a quel mandato. Non una che, obbedendo alla speranza, desse ascolto all’anima nobile della donna o della madre».
Con i ritmi del giallo e una scrittura filmica, senza concessioni al sentimentalismo – quasi un “verbale” degli accadimenti – Alò firma una storia che non si sottrae al dramma, ma con il taglio della speranza. Costretti alla fuga, inseguiti da una masnada di scagnozzi, tra cui un allievo del maestro, «negato per la musica … che voleva a tutti i costi diventare pianista. I crimini dell’arte sono i peggiori, pensò»,
Santoro e il bambino guariranno le loro solitudini: «Una sola, intollerabile, pulsazione li tenne stretti a celebrare una familiarità che non aveva niente a che fare col sangue, ma solo con l’irresponsabile frenesia del batticuore.» La relazione di cura «sana il conflitto tra la legge e l’amore» e renderebbe felicemente retorico, nei confronti di tanta infanzia nascosta in quanto non vita, il bel verso di Alba Donati citato dal maestro: «E proprio noi che dovevamo custodire/li abbiamo persi».