Il dibattito sul debito di Napoli e, più sullo sfondo, sui rapporti tra il Partito Democratico e de Magistris (con addentellati vari, come il “caso” Ruotolo) si sta surriscaldando.
Secondo me dei distinguo e delle cautele sono opportune ma non devono riguardare in alcun modo l’amministrazione. Mi spiego. Il decreto milleproroghe viene incontro ai comuni in difficoltà per un elevato debito pregresso ma tratta allo stesso modo situazioni assai eterogenee, solo apparentemente simile. E qui a mio avviso sta il suo vero limite, e c’entra il caso Napoli.
È vero che non è definibile come un provvedimento “salva Napoli”, valendo anche per città come Torino e innumerevoli altre di tutte le dimensioni, ma nel salvare anche Napoli la tratta allo stesso modo di comuni che sono in situazioni ben diverse. Facciamo l’esempio della città dove risiedo, Pozzuoli. Anch’essa si avvarrebbe del provvedimento parlamentare in discussione. Ma Pozzuoli è una città che ha compiuto negli scorsi anni un percorso di risanamento importante e per molti versi esemplare, che rischia di essere arrestato e compromesso da una soluzione giurisprudenziale probabilmente immaginata a misura di altri casi, ed eccessivamente severa. Strutturalmente deficitaria negli anni scorsi, Pozzuoli oggi può guardare con serenità al futuro, con un bilancio solido e una macchina amministrativa rilanciata. La difficile e sofferta scelta di mandare in prepensionamento 200 unità di personale (con regime pre-Fornero) ha sgravato l’amministrazione di una zavorra enorme e il comune ha utilizzato i risparmi per un rilancio della macchina comunale in direzione di un ente di governance e non di gestione. Sono state rafforzate le funzioni direzionali, di programmazione e controllo e sono stati esternalizzati, dove possibile, i servizi. Il comune di Pozzuoli aveva due dirigenti e oggi ne ha dieci in pianta organica, e sta assumendo per svariati profili medio-alti, in coerenza con la nuova mission. Basta una passeggiata per accorgersi che, nonostante le enormi difficoltà derivanti dall’attuazione distorta del federalismo, il livello di alcuni servizi, in particolare la raccolta dei rifiuti solidi urbani, la manutenzione stradale e del verde, il decoro urbano (anche nelle zone cosiddette periferiche come Monterusciello) sono eccellenti e probabilmente ineguagliate in questa parte d’Italia. Parliamo di un Comune che è sei punti percentuali sopra Bolzano per raccolta differenziata e che perciò abbassa le tariffe del 35% negli ultimi cinque anni. Per non dire delle opere pubbliche e infrastrutturali che stanno trasformando la città. Il buon lavoro ripaga e l’amministrazione a guida Pd nel 2017 è stata confermata con il 70% al primo turno al sindaco, durante il punto massimo della parabola populista.
Paragonata a Pozzuoli, una città comunque più grande di molti capoluoghi di provincia (come Caserta, Benevento e Avellino), Napoli ne è l’antitesi allo stato puro. Una città ferma per quanto riguarda l’iniziativa pubblica, dove i segnali di dinamismo vengono solo da fattori esterni all’amministrazione. Il Comune in questi anni ha aumentato la spesa corrente senza effettuare alcun investimento e le tariffe e le tasse sono al massimo in costanza di servizi pessimi, come attestano tutte le classifiche che non considerano, ai fini della qualità della vita, il ruolo della Divina Provvidenza ma più modestamente l’efficienza dei servizi, su cui dovrebbe essere giudicato un sindaco. Su Fanpage un articolo di Ugo Marani, ordinario di politica economica, ha liberato il campo dall’argomento di de Magistris sul debito “ingiusto”, con ragionamenti e cifre precise.
Se esiste certamente un problema di mancati trasferimenti dello Stato, segnalati da Marco Esposito nel suo bel libro, esistono anche colpe indiscutibili dell’amministrazione sul modo di usare le magre risorse, a partire da un livello infimo di riscossione dei tributi comunali e una gestione poco oculata, per usare un eufemismo, delle risorse comunali. La spesa corrente ha alimentato clientelismo. Il trattamento dei rifiuti è indegno di una città europea e pressoché tutte le aziende municipali o le realtà riconducibili al comune sono alla bancarotta. Del resto basta rinviare agli atti, durissimi, della Corte dei Conti. È vero che nel frattempo sono cambiate le regole della contabilità per i comuni e sono state sfavorite le amministrazioni recenti rispetto a quelle del passato ma ciò riguarda tutti e noi possiamo e dobbiamo giudicare l’operato di de Magistris, non i sindaci del passato.
Davanti a una situazione di questo genere distinguere enti locali meridionali che hanno avuto una performance e una traiettoria completamente diversa sarebbe doveroso. Condannare senza il benché minimo beneficio dell’inventario l’amministrazione comunale di Napoli è politicamente dovuto e richiederebbe comportamenti conseguenti in consiglio comunale. Appare un elementare atto di onestà intellettuale e di rispetto verso i napoletani stremati da tanta cattiva amministrazione e una forma di rispetto nei confronti delle future generazioni. La premessa per fondare una posizione politica credibile per immaginare un futuro per questa città. Che poi la soluzione prefigurata dal Parlamento nazionale non distingua ciò che va distinto è una questione che esula dal dibattito da cui abbiamo preso le mosse.
Possiamo discutere se Napoli meriti di essere salvata, ma de Magistris di sicuro no.