Ha collaborato con Paolo Sorrentino e Abel Ferrara e al suo esordio dietro la macchina da presa, con il corto Vomero Travel, Guido Lombardi, napoletano classe 1975, è arrivato alle Giornate degli Autori di Venezia. Con la sua opera prima Là-bas – Educazione Criminale ha vinto il Leone del Futuro alla Mostra di Venezia e dal 6 febbraio torna al cinema con il suo terzo film, Il ladro di giorni con Riccardo Scamarcio. Non siamo più a Napoli ma in un road movie. Un padre è uscito di prigione e va a riprendersi un figlio quasi adolescente. Conoscersi di nuovo e crescere, sia per Vincenzo (Scamarcio) che per Salvo (l’esordiente Augusto Zazzaro). Il film nasce da un soggetto vincitore del premio Solinas nel 2007 che è diventato un romanzo edito da Feltrinelli in cui lo sguardo sulla storia è proprio quello del piccolo Salvo. Guido Lombardi descrive la genesi del film per poi elogiare quel calderone di ironia, incontri ed idee che è Napoli.

Come nasce Il Ladro di Giorni?
«C’è un filo che lo lega al mio primo film, sono sempre storie di formazione. Mi interessava raccontare quell’età in cui si esce dalla famiglia e ci si affaccia al mondo. Era interessante che questo padre fosse anche un cattivo maestro. Ed è per il desiderio che ha il bambino di essere amato che finisce per imitarlo, seguirlo nelle sue “marachelle”. D’altro canto, è il padre il vero fanciullo e l’ultima scena segna il momento in cui diventa un uomo, cresce e si rende conto che l’unico responsabile di quello che è successo non può essere che lui. È lui, come dice Salvo, il vero ladro di giorni. Credo che è nel momento in cui ci assumiamo le responsabilità che diventiamo adulti».

Perché questa fascinazione per i racconti di formazione?
«Forse perché devo crescere ancora e sto cercando di capire come. È una fase in cui si esce da questo involucro, per alcuni la gabbia d’oro dell’infanzia, e si fanno scelte che non erano pensabili ed errori che non erano immaginabili. Si cammina questa linea di confine tra l’essere buono ed essere cattivo e il passare lungo questa linea è il discorso dell’etica che uno poco alla volta si conquista nella vita».

Quanto influenza il tuo lavoro l’essere nato a Napoli?
«Sono, in quanto napoletano, da sempre sottoposto ad una serie di stimoli che forse, se vivessi in una città meno movimentata e pazzarella, non mi capiterebbero. Per me è una ricchezza e lo noto come se fosse una sorta di grande calderone. In più, nel centro storico si incontrano persone che lavorano nel tuo campo, nelle arti, e quindi c’è un continuo scambio. Penso che questa sia una caratteristica di Napoli insieme con l’ironia. L’ironia che trovi a Napoli non credo si trovi in nessuna altra parte del mondo e penso sia un nostro modo di guardare alla realtà e interpretarla. La città viene rappresentata sempre in una chiave o cartolinesca ed edulcorata oppure nell’estremoopposto, quello della camorra fantascientifica. Ormai è un clichè e un’esagerazione. Personalmente ho raccontato due storie ambientate a Napoli, La Bas e Take Five, che attingeva a personaggi che realmente possono esistere in città. Ho sempre pensato però che quella rapina fatta da 5 personaggi un po’ sgangherati potesse essere ambientata anche a Singapore».