“Non arriverà nessuno nei prossimi giorni”. Contattato dal Riformista, l’avvocato Giacomo Pace, legale di Domenico Alfano, smentisce il rientro in Italia del suo assistito, arrestato il 20 dicembre scorso all’aeroporto di Dubai perché considerato dagli investigatori Bruno Carbone, il narcotrafficante latitante da ben sei anni e condannato a 20 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti.

Nessuna svolta immediata nonostante la lettera dettata telefonicamente dall’imprenditore 40enne, originario del quartiere Stella, direttamente dal carcere di Dubai dove è recluso da oltre un mese. Alfano, spostato e padre di due figli, lavorerebbe a Panama come gestore di un ristorante. A dicembre scorso era arrivato nella città degli Emirati Arabi in vacanza dopo una prima tappa in Francia.

All’aeroporto gli agenti dell’Interpol lo hanno fermato, e dopo aver controllato il passaporto, arrestato. Secondo gli investigatori si tratterebbe del broker della droga Bruno Carbone, socio in affari di Raffaele Imperiale, anche lui ricercato da anni e considerato uno dei principali narcotrafficanti a livello mondiale.

La lettera inviata nei giorni scorsi ai quotidiani napoletani: “Mi chiamo Domenico Alfano, sono cittadino italiano, ho una moglie colombiana con cittadinanza italiana e due bambini, una di 13 anni e un altro di 9. Da tredici anni viviamo a Panama. Siamo partiti da Panama il 18 dicembre per una vacanza di trenta giorni qui a Dubai. Possiedo un ristorante pizzeria a Panama Santiago de Veraguas. Abbiamo fatto una sosta in Francia, prima di atterrare negli Emirati, ma quando siamo atterrati è iniziato un incubo. Un uomo con la giacca viene a cercarci e ci invita a seguirlo, passiamo davanti agli altri passeggeri. Alla porta numero due, mi chiedono il passaporto, declino le mie generalità, gli dico che sono Domenico Alfano. Mi dicono di far parte dell’Interpol, ci portano nell’ufficio migrazione: a questo punto, uno dell’Interpol porta mia moglie con i bambini verso una finestra, mentre io seguo attraverso un percorso un altro uomo. Controllano la mia valigia, poi mi portano in un ufficio. Mostro loro la scheda di presentazione del mio ristorante, mentre mi fanno foto, prima di mettermi in una cella. Passano due o tre ore, mi fanno altre foto, mi mettono le manette e mi trasferiscono in prigione”.

Bruno Carbone è ricercato da anni per ordine dei Tribunali di Napoli e di Catania. Latitante dal 2013, nel maggio del 2018 i carabinieri sequestrarono a Giugliano in Campania il suo tesoro – circa 240mila euro in contanti – nascosto nella villa della sua ex moglie, Violetta Prezioso, alias “a piccerella”, attualmente reclusa presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere per un’accusa di traffico di stupefacenti. Il tesoro era nascosto in una scatola di cartone, in uno sgabuzzino della tavernetta.