L’epidemia di Coronavirus in atto in Italia rischia di avere ripercussioni ben più gravi di quanto le istituzioni non siano state finora in grado di prevedere per quanto riguarda il turismo e, di conseguenza, l’economia nazionale. Dieci anni di lavoro per sviluppare l’incoming e fidelizzare la clientela potrebbero ben presto essere vanificati, con l’ulteriore conseguenza del licenziamento di migliaia di lavoratori attualmente impiegati nel comparto turistico e nelle varie ramificazioni dell’indotto.

Che si tratti di una possibilità tanto concreta quanto drammatica lo dimostrano i numeri. Nelle ultime settimane, le agenzie della Campania hanno registrato circa il 75% delle cancellazioni di viaggi precedentemente prenotati. Negli ultimi giorni, questo valore ha sfiorato il 100%: in altre parole, complice la diffusione del Coronavirus e di notizie spesso ingiustificatamente allarmanti, quasi la totalità dei clienti rinuncia a soggiorni, vacanze e viaggi d’istruzione nel timore del contagio. Proprio la vicenda delle gite scolastiche, che alimentano un business di circa 316 milioni in Italia, suscita le maggiori preoccupazioni. L’articolo 41 del Codice del Turismo, infatti, riconosce al viaggiatore il diritto di recedere dal contratto e al rimborso integrale dei pagamenti effettuati per acquistare il pacchetto, a fronte del verificarsi di situazioni “inevitabili e straordinarie” nel luogo di destinazione.

Tutto giusto e condivisibile, per carità. Ma Chi tutela le agenzie dai rischi connessi all’obbligo di rimborsare il cliente che recede e, nello stesso tempo, alla difficoltà di recuperare le somme anticipate a vettori e strutture ricettive? La domanda non è di poco conto. In gioco, infatti, non c’è solo il volume d’affari delle agenzie di viaggio, ma soprattutto i livelli occupazionali: se l’emergenza dovesse condizionare negativamente gli arrivi e le presenze di turisti in Campania anche a Pasqua e a ridosso dell’estate, numerosi imprenditori si vedrebbero costretti a licenziare parte dei dipendenti.

Sulle performance del settore ricettivo incombe poi un’altra incognita. L’escalation di attentati terroristici che ha investito Egitto, Tunisia e Turchia qualche anno fa – il cosiddetto “effetto Isis” – ha premiato gli altri Paesi del Mediterraneo, a cominciare dall’Italia che ha accolto a braccia aperte i viaggiatori che, per motivi di sicurezza, preferivano rinunciare ai viaggi in Nord Africa e nel Medio Oriente. Ora la situazione è capovolta: se l’emergenza Coronavirus dovesse protrarsi, le località della Spagna o della Francia, per esempio, avrebbero gioco facile nell’attirare i turisti che hanno finora preferito il nostro Paese come meta delle vacanze.

Alla luce di queste considerazioni, non basta la proroga del termine di pagamento delle tasse: occorre che il Governo centrale e le Regioni condividano un piano di rilancio del turismo che nell’immediato preveda forme di sostegno al comparto, eventualmente anche attraverso la cassa integrazione, e in futuro contempli iniziative volte a recuperare i clienti eventualmente perduti. Un intervento drastico è necessario se si pensa che il turismo vale il 13% del pil nazionale e alimenta un giro d’affari di circa 146 miliardi di valore: numeri enormi, ancora più importanti se rapportati alla realtà campana dove il settore della ricettività produce più del 15% della ricchezza. Se si vogliono salvaguardare l’impegno degli imprenditori, i posti di lavoro e l’immagine del Paese, un intervento delle istituzioni non è solo necessario, ma doveroso.