La violenza dilaga, nell’ultimo romanzo di Massimo Galluppi (nella foto in alto, ndr), corpi senza vita con il cranio sfondato, corpi che volano giù dal quinto piano, giovinastri che violentano e uccidono, trame criminali di politici corrotti, poliziotti infedeli, rischiosi ricatti, killer senza pietà. C’è violenza come in ogni giallo che si rispetti. Con una sorta di discrezione, però. Niente pulp. Niente sangue. Al pulp il romanzo preferisce la trama, un plot avvincente e complicato, fitto di personaggi, di apparenti divagazioni, di eventi lontani ma connessi, di indizi nascosti tra le pagine, il racconto sapiente della tela del ragno nella quale finirà impigliato il colpevole. Ma anche – forse soprattutto – la descrizione minuta, attenta, raffinata di colui che tesse la tela, l’investigatore che deve cercare nelle tenebre l’assassino, il ragno. È lui il filo rosso delle trecento e più pagine del romanzo (in alto a destra la copertina, ndr).

Il ragno è riservato. Riservato nel lavoro, nella scelta delle parole, nei gesti, nei sentimenti, riservato anche quando è preso dalle passioni, anche quando, talvolta, è furioso. Vive circondato da ricordi che sconfinano in una nostalgia tenace, anch’essa restia a essere comunicata, assediato dai flashback di un vissuto che lui assapora chiudendo le finestre per ripararsi dal rumore della città, sdraiato su un sofà, guardando fisso il soffitto, talvolta rimpiangendo le cose non fatte più delle cose fatte. Cita tra sé e sé i fotogrammi di vecchi film gloriosi, eroi di una celluloide che non si usa più, Fuga per la vittoria di John Huston, l’Alan Pakula di Tutti gli uomini del presidente, gli Intoccabili di Brian De Palma, il Robin Hood di Ridley Scott. Ripesca dalla cassetta del tempo i ritmi fuori moda dello swing, la frenesia inattuale del rock, i balli lenti del Miracolo Economico, le rime libere di Gino Paoli. E con essi rivive Perla, la ragazza di quella splendida estate al mare di Romagna, le polaroid di Perla scattate chissà quando a Madrid, la sua morte tuttora impossibile da accettare. È appassionato di jazz, suona il sassofono, suona in incognito in un locale cittadino, suona solitario quando torna a casa dal lavoro, coltiva la propria memoria, motivi d’altri tempi, allusioni ad altri mondi, It’s easy to remember, Autumn Leaves, My Little Girl, Darn That Dream. E a fianco, sempre, un bicchiere di cognac, una “dose” di whisky. Legge Hemingway, evocativo, I quarantanove racconti. Ripensa alle ferite infantili, a quel rapporto difficile col padre, padri e figli – dice – “così vicini e lontani”. Ripensa ai corpi integri della giovinezza, le lunghe nuotate, le risse a pugni e calci per difendere un amico, la passione mai spenta per il tennis, quella furia competitiva sulla terra rossa, le coppe conquistate.