Era il 2010 quando nelle sale arrivò Benvenuti al Sud, fortunato film di Luca Miniero con Claudio Bisio, Alessandro Siani e Angela Finocchiaro, seguito nel 2012 da Benvenuti al Nord, che nel riprendere le vicende dei protagonisti a due anni dal primo film trasferiva le scene dal Cilento al «Norde», per dirla con Giacomo Rizzo, alias Costabile grande.
Come spesso accade in casi di successo di pubblico e persino di critica, film e fiction finiscono con l’esercitare una funzione di attrattore, per dirla con gli urbanisti, o di volano, per dirla con gli amministratori, di località poco battute, talvolta trascurate. Il “cineturismo”, come è stato definito, è una realtà consolidata per le agenzie di viaggio e tour operator che propongono pacchetti dedicati alle location delle produzioni televisive e cinematografiche. Basti pensare agli itinerari organizzati da un paio di anni a Napoli in tema L’amica geniale: sia in città, con partenza da Montesanto o dalla Galleria Principe e arrivo sul Lungomare; sia a Marcianise, dove è stato ricostruito il Rione di Lila e Lenù (e qui siamo probabilmente in pieno “metacineturismo”, ma non divaghiamo); poco male sia tutto finto, l’importante, si sa, è un po’ raccontarlo, un po’ fotografarlo, molto “selfiezzarlo”.
Castellabate e la sua frazione a mare, Santa Maria, sono diventati mete di pellegrinaggio con il belvedere, il vecchio porticciolo e le arcate del ristorante – realmente esistente – Le Gatte, le stradine irte del borgo, l’epigrafe dedicata a Murat e, manco a dirlo, la piazzetta con l’ufficio postale … Che non è mai esistito, essendo solo frutto dell’allestimento scenico del film. Chissà che non venga un giorno ricostruito per le proteste dei visitatori delusi di non trovarlo e per il sonno tranquillo dei selfiesti compulsivi (ed ecco che torna il “metacineturismo”…).
Da quel successo, sembra quasi essersi diffusa l’equazione Cilento = Castellabate, eppure questa regione storico-culturale ricopre un territorio vastissimo, gran parte della provincia di Salerno, la più estesa della Campania: dalla foce del Sele vicino Paestum – “la porta del Cilento” – al confine con la Basilicata sulla costa; all’interno, comprendendo la Valle del Calore e Alburni e il Vallo di Diano, con le mille immagini della Certosa di Padula, le cui cucine troneggiano in C’era una volta di Francesco Rosi del 1967, con Sophia Loren.
Tuttavia, se l’Alto Cilento è ben impresso visivamente nell’immaginario collettivo con borghi, spiagge e belvederi molto presenti sui social nella variegata danza di tag a tema – quali #cilento_esoncontento, #cilento_e_me_ne_vanto, #cilento_foodandplaces, #cilentolandia e #cilentomeraviglie, provate per credere – altrettanto non può dirsi del Cilento Centrale, da Punta Licosa in giù fino a Capo Palinuro, e soprattutto del Basso Cilento, affacciato sul Golfo di Policastro. Il primo conserva una sua celebrità anche grazie agli studi del medico americano Ancel Keys che in quei luoghi, precisamente a Pioppi, frazione di Pollica, nel Secondo dopoguerra studiò le benefiche abitudini alimentari dei cilentani codificando la dieta mediterranea. Del secondo, certo, tutti ricordano la Spigolatrice, che da Sapri osservava lo sbarco di Pisacane nella poesia del 1858 di Luigi Mercantini, che alle scuole elementari di qualche decennio fa ancora si imparava a memoria.
Per tornare in ambito cinematografico, sarà nelle sale dall’aprile del 2020 il film No time to die con Daniel Craig nelle vesti di James Bond e Sapri in quelle di “Civita Lucana”, tra scene girate alla stazione e altre sul Canale di Mezzanotte, ultimo lembo costiero della Campania verso la Basilicata.
E poi? Quali immagini tornano alla mente oltrepassando Capo Palinuro e spingendosi oltre la lunga spiaggia del Troncone di Marina di Camerota, e oltre ancora, senza tuttavia raggiungere Acquafredda di Maratea? Pensandoci, le spiaggette di Scario, certo, ma poi? Eppure, se avete visto Capri Revolution di Mario Martone, il Basso Cilento c’era. Mascherato da una Capri di inizio secolo, il borgo medievale disabitato di San Severino di Centola, abbarbicato su uno sperone di roccia sovrastante la valle del fiume Mingardo, ha ospitato la comunità di artisti nordeuropei dediti al nudismo, all’omeopatia e al vegetarianismo del film presentato a Venezia nel 2018, tra le colonne bianche (finte) dell’architettura caprese e i massi (veri) delle abitazioni in pietra da secoli prive di tetti. Risalente al X secolo, il borgo, parte del feudo dei Sanseverino, ha conosciuto l’alternarsi di Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, finché nel 1552 la famiglia, in contrasto con il re spagnolo Carlo V, fu esiliata dal Regno di Napoli. Il decadimento del borgo iniziò nel 1624 con l’epidemia di peste che decimò la popolazione, finché un progressivo abbandono a favore delle zone a valle, più agevoli, non sancì il suo completo svuotamento, anche a seguito della costruzione della ferrovia Pisciotta-Castrocucco nel 1888. Gli ultimi abitanti lasciarono le proprie case nel 1977.
Quel che resta, ossia un gruppo di case, il castello e la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, è raggiungibile inerpicandosi a piedi tra scale e salite lungo lo sperone di roccia, una volta lasciata l’auto ben più giù, andando o tornando dalle spiagge di Marina di Camerota, se incuriositi dalla sagoma delle costruzioni vista dal basso. «Perché è così poco conosciuto?» chiede un viaggiatore toscano su TripAdvisor; «Borgo abbandonato sia dagli abitanti che dalle istituzioni», fa eco un altro. Se la logica è inseguire il “cineturismo”, bisogna dunque sperare in un prossimo set che non trasformi l’antico borgo in un altro luogo, ma che lo renda noto al grande pubblico con il proprio nome, come è successo per Castellabate? Può darsi, speriamo solo di non ritrovarci un ufficio postale tra i ruderi per esigenze di selfie.