Osservando le sfumature de “Le mappe della disuguaglianza”, curato da Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi, si corre facilmente il rischio di sprofondare in un’angosciosa rassegnazione rispetto alle condizioni socio-economiche di Napoli. I tassi di istruzione, occupazione, disoccupazione, proprietà delle abitazioni e disagio sociale delle zone “più sviluppate” dell’area metropolitana napoletana, quali la prima (Chiaia, Posillipo, San Ferdinando) e la quinta (Vomero, Arenella) municipalità del Comune, sono tendenzialmente pari, e in alcuni casi inferiori, ai medesimi dati relativi alle zone periferiche di Torino, Milano e Roma.

Sulla falsariga degli articoli di Emilia Missione e Fabio Ciaramelli, pubblicati su “Il Riformista” del 13 gennaio, va poi sottolineato come il colpo d’occhio possa diventare ancor più “impietoso” qualora si concentri lo sguardo sulle disparità interne alla “capitale italiana delle disuguaglianze”. La sesta municipalità (San Giovanni a Teduccio, Ponticelli, Barra) può fungere da campione della frattura sociale, economica ed ecologica esistente all’interno del contesto metropolitano napoletano. Si faccia riferimento ai dati Istat del 2011. In un’area storicamente egemonizzata dall’attività industriale sin dai progetti nittiani del 1903 per la “Grande Napoli”, le attività manifatturiere sono ormai appena 473, con circa 4mila addetti: dato che rivela il lento processo di deindustrializzazione e l’impatto della crisi del 2008, se lo si paragona alle 931 unità locali per oltre 9mila occupati del 2001, alle 922 unità locali per 13mila addetti del 1991 ed alle 1.095 unità per circa 19mila addetti del 1981.

Di fatto, al 2011 le unità produttive della sesta municipalità sono meno di 5mila, con 23mila dipendenti, perlopiù impiegati nelle attività di commercio all’ingrosso, trasporto e magazzinaggio o riparazione di autoveicoli e motocicli. La transizione storica a queste attività di supporto al terziario lascia tuttavia a se stessa una parte consistente della forza lavoro locale, specialmente tra le nuove generazioni: il tasso di disoccupazione dell’area è al 12,3%, cui va aggiunto un fortissimo tasso di disoccupati in cerca di prima occupazione, al 24,2%. Il paragone con le altre aree cittadine è purtroppo ingeneroso, se si tiene conto delle oltre 11mila unità locali e dei 46mila dipendenti della quinta municipalità, che presenta un tasso di disoccupazione al 7,3% e di prima occupazione al 6,2%, oppure delle oltre 14mila unità locali per oltre 50mila dipendenti della prima municipalità, con un tasso di disoccupazione al 6,3% e di prima occupazione al 7,2%.

Se ostacoli invisibili sembrano impedire la comunicazione tra le diverse aree della città, il contesto urbano della sesta municipalità può offrire immediatamente un’immagine delle proprie barriere al visitatore. Barriere tangibili, spazi immensi sottratti al territorio, zone abbandonate e avvelenate: attraversando l’area orientale in treno è difficile non notare gli scheletri degli antichi spazi della produzione, dalla Manifattura Tabacchi di Gianturco alla Corradini di San Giovanni, passando per la centrale termo-elettrica di Vigliena e per le infrastrutture di un’area petroli che continua a convivere a ridosso del tessuto urbano dei quartieri orientali. È l’esito di un percorso storico che ha relegato l’area orientale a fungere da “sgabuzzino” (la definizione è dell’urbanista Giovanni Dispoto) della città, ovvero retroterra industriale e logistico funzionale alle necessità economiche del centro e poi progressivamente abbandonato a se stesso.

Ciò che resta sono aree dismesse che nascondono metalli, idrocarburi policiclici aromatici, composti chimici e amianto, sostanze tossiche e cancerogene coperte dal suolo o disciolte nelle acque circostanti, come verificato dall’Arpac. Inoltre, se le numerose aree abbandonate danno asilo ad attività parassitarie, abusi edilizi e piccola manifattura, le inchieste giudiziarie hanno dimostrato come le grandi compagnie petrolifere locali occultino attorno a sé anonime attività illegali che spaziano dal riciclo di rifiuti tossici alle lavorazioni industriali. Un superamento delle diseguaglianze economiche di Napoli est passa, quindi, attraverso la riqualificazione ecologica delle aree dismesse.

Come ribadito nel preliminare al Piano Urbanistico Comunale, la competitività economica della zona non può prescindere, in primo luogo, dalla creazione di un’immagine di pregio del territorio. L’alternativa è nel continuare a confermare una funzione, quella logistica e infrastrutturale, che non crea un vero e proprio tessuto produttivo in loco. Sulla base di un’operazione organica di riqualificazione si può invece tentare di attrarre nuovi investimenti e rovesciare gli esiti di uno sviluppo economico dai caratteri “degradati”, apparente ossimoro coniato da Nino Daniele, che si traduce nel proliferare di attività illegali sul territorio e in una costante subalternità dell’economia locale. Una subalternità che può essere l’esito storico del dualismo centro-periferia e che oggi è principalmente dettata da interessi esterni al territorio.