Caro Direttore,
devo innanzitutto congratularmi, sia per l’iniziativa, sia per il ‘metodo’, quali appaiono dal progetto già in opera in questo primo numero di Il Riformista: la prima rivolta alla valorizzazione delle “idee” come motori di un’opinione pubblica sempre più carente di effettiva ‘pubblicità’; il secondo implicito nel reclutamento di milizie giovani (ancorché guidate da esperienza e competenza) per l’intrapresa di questa battaglia civile. Che tutto ciò esiga coraggio è scontato, meno scontato poteva essere che, proprio nel primo numero dedicato a Napoli, si cominciasse con il problema dell’eguaglianza – la nozione valoriale più esautorata e problematica nella crisi (o catastrofe?) etico-politica del mondo occidentale contemporaneo – che, a Napoli, ha sempre vissuto una vicenda peculiare, come ha mostrato Fabio Ciaramelli nel suo bell’intervento di ieri.

La modernità ha avuto nell’eguaglianza un perno essenziale al suo tipo di progresso: prima come eguaglianza formale, di fronte alla legge, che permise lo sviluppo incontrastato della borghesia industriale, commerciale e professionale disintegrando le vecchie aristocrazie; e, poi, come eguaglianza tendenzialmente sostanziale, come finalità da conseguire in un tempo indeterminato, attraverso la legge (Stato sociale) che iniziasse con l’assicurare una base omogenea di standard di vita, che ha permesso l’elevazione della condizione delle masse portandole dentro la partecipazione politica democratica. Assicurati, più o meno efficacemente, questi due principî, le differenze che restavano erano lasciate al gioco della società civile che, in relazione ai propri valori dominanti, distribuiva i ruoli. Con ciò si riusciva a tenere separate eguaglianza e differenze, assieme necessarie all’ordine della società.

Con l’esplosione, sempre meno controllabile, dei “diritti” della persona, in Occidente, le differenze sono diventate un problema capitale della legislazione che – forse mai effettivamente “generale e astratta” – è stata spinta sempre più a legiferare direttamente sul ‘particolare’ che ogni ‘persona’ reca dentro di sé, modificando in maniera essenziale la questione dell’eguaglianza. Il vecchio principio della giustizia – “dare a ciascuno il suo” – significa ormai: dare a ciascuno la possibilità di essere sano e istruito; di poter sviluppare le proprie capacità; di poter valorizzare le proprie appartenenze religiose, etniche, di sesso e di genere; di non essere impedito nei progetti di vita da handicap fisici, psichici o sociali, di poter vivere e morire secondo il proprio intimo convincimento; ecc.).

Di fronte a questo crescente “diritto di avere diritti” (Stefano Rodotà), il vecchio Stato, già eroso nella sua sovranità, è spesso spinto (da politiche non sempre lungimiranti) a concedere a livello di ‘diritti civili’ ciò che non è in grado (anche per colpa di quelle stesse politiche) di dare a livello di ‘diritti sociali’ (e ciò con tensioni nella ‘società civile’, per i settori che si sentono minacciati nei proprî ‘valori’ da tali diritti). In tale contesto, l’incrudelirsi della diseguaglianza di base, legata all’aumento dei ‘poveri’ (non della povertà) nell’Occidente sviluppato, come trend del XXI secolo, non ha ancora, per i politici, il rilievo necessario. E ciò anche in Italia, e segnatamente nel nostro Mezzogiorno e nella sua Capitale.

Pare che nelle zone ad alto potenziale di rischio sismico, ma dotate anche di antichissime civiltà, come ad esempio il Perù, quando avviene un terremoto, crollino tutte le stratificazioni costruttive più recenti e riaffiorino le antiche che sotto quelle si sono conservate. Così il terremoto che ha scosso la modernità e la sua fiducia nel progresso (soprattutto nel benessere economico), a Napoli ha fatto riemergere, sotto le correzioni del welfare postbellico, effimere perché incapaci di modificazioni strutturali del Mezzogiorno e della sua Capitale, le vecchie diseguaglianze, non più garantite, però, da quella sorta di spirito gerarchico e comunitario della pre-moderna ‘Napoli nobilissima’, che permetteva convivenza. Forse i Tuareg, che Pasolini vedeva accampati nel ventre di Napoli da oltre duemila anni, si sono realmente estinti e il corpo “sano” della città è oggi assediato da nuove masse disintegrate e bisognose, lasciate indifese nei confronti dell’anomia montante.