“Il piacere è essere un genio», ruota l’indice intorno al viso. «Che sta al timone del tempo passando da un’infanzia all’altra con le voglie che sanno di vino giovane, con niente che basta e niente che sfugge mentre tutto, attorno, si distrugge. Il piacere non si spiega, il piacere si vive, anche andandosene a spasso nel futuro. O forse sei tu che sei venuto a rivedere il passato, chi lo sa! La vita, tutta tutta, gioie e dolori, baci e morsi, è un piacere che», punta la mano nella mia e nella sua direzione, «Hai, ho… insomma abbiamo conosciuto da subito, dalla primissima occhiata sul mondo, in quel lontano giorno di maggio. Aveva il volto di Felipa, il giorno in cui sei, sono…». «Siamo nati», incalzo. E continuo: «Era bella Felipa, bella un sacco, bella che … come facciamo a spiegarlo … rideva dolce dolce nel pianto salato con una grazia da Madonna che solo una madre sa esprimere mentre stringe suo figlio tra le braccia. Il piacere è non avere mai risposte, illudersi di trovarle e scoprire, sempre attraverso i nostri “istinti multiformi e anarchici”, nuovi furori e mistificazioni».

Allunga il suo indice verso il cielo, seguo le sue mosse, i nostri polpastrelli si toccano. Li spingiamo l’uno contro l’altro e li allontaniamo di pochi millimetri, il sole che ci passa attraverso è una goccia di luce potentissima. Ancora lui: «Abbiamo già avuto il sole tra le mani. A cinque anni, tra le campagne di Cambrils, tenemmo nel nostro pugno una lucciola per ore e ogni volta che ci fermavamo a guardarla nel nostro palmo ci sembrava una stella nell’infinito buio dell’universo. Il mio futuro continua ad accadere, il tuo passato anche, il nostro presente è la quintessenza dei rispettivi concetti che al genio Salvador Dalí non sfugge, è l’eco di ciò che è stato e di ciò che verrà. E i nostri baffi non sono altro che il sismografo di questi sciami temporali, le antenne che confermano la nostra furtiva e sovversiva natura, non può esserci pace per uno stravagante dandy come me, come te… come noi». «Solo pendolarismo, nomadismo, transumanze. Non ci sarà scampo», mi aggiusto il berretto catalano sulla fronte. «Mai!», conclude. Annuso il collo, me giovane alza il mento e scopre il fascio del platisma, inspiro acqua di colonia: «Non mi è mai piaciuta, piuttosto una mistura di colla di pesce», gli dico. «Va bene, corro a prepararla in casa ma ci aggiungerò liquame di capra e gelatina. Mi glasserò il corpo da cima a piedi e terrò d’occhio la finestra che sarà la cornice del quadro più bello di sempre, lei che ci viene incontro galleggiando nella luce con le scogliere sullo sfondo. Che visione eh Salvador, che visione suprema».

«So bene! La riconoscerai tra qualche anno, prima nel 1949 e poi nel 1950, quando metterai anima e corpo in quel gran sipario – con la Vergine, Gesù Bambino e il Pane – che è la Madonna di Port Lligat. A proposito di finestre ne vedrai tante, tutte aperte una dentro l’altra per raccontare il mistero della materia abitata dal divino con un passpartout di simboli, mare, cielo e una citazione alla Pala di Brera di Piero della Francesca. Sarà un’eucarestia per chiunque le vedrà, soprattutto per la versione più grande, la seconda, che oggi si trova in un museo giapponese. Non chiedermi il nome della città, non lo ricorderei neanche se fossi più lucido di vent’anni».

Me giovane si accarezza i baffi, all’epoca non erano ancora “affilati, imperialisti, ultra-nazionalisti e puntati verso il cielo come il misticismo verticale”. E mi fa: «Questa notte resisti alla fatica, sconfiggi il sonno, liberati dall’ancora della malattia e metti gli occhi al cielo. Ci sarà una luna come poche altre volte l’hai ammirata, lucente, arancione scura come il tuorlo di una gallina ruspante dalle zampe di Velociraptor. Dall’una e ventitré entrerà nel nostro segno, nel Toro. Te lo ricordi, no? Siamo nati l’11 maggio di molto tempo fa, era il 1904. La bellezza di … 84 anni fa. Alle 4:35 sarà piena piena e sarà la luna del cacciatore che ogni ottobre, da sempre, col suo bagliore assurdo, aiuta i cacciatori a seguire le tracce degli animali. Vecchio mio questa notte ti toccherà ancora una volta prendere l’arco e scoccare i tuoi pennelli come frecce per predare, nella tempesta delle tue tentazioni, la visione». Si allontana a piedi nudi sulla spiaggia, si ferma a raccogliere un legnetto, lo annusa come un sigaro cubano, continua in direzione della nostra casa che prima di ogni cosa era solo una capanna di pescatori. Sui primi gradini tinti con latte di calce, si volta a guardarmi e, appena supera il tronco dell’alto cipresso, svanisce. Si dissolve.

Carolos Solito