“Una decina di anni di studi: laurea in geologia all’Università di Napoli sulla radioattività del suolo, un dottorato di ricerca in geofisica e vulcanologia, un post-dottorato di due anni e una borsa di studi al Cnr di Pisa. Ma non amo raccontarmi in questi termini. In genere mi presento come geochimico e basta, senza aggiungere particolari sul lavoro che svolgo presso l’Osservatorio Vesuviano; non mi va di leggere negli occhi di chi mi parla quella lucetta di paura al minimo accenno a Lui: sua maestà il Vesuvio. Quindi dichiaro: “Al momento non c’è nessuna previsione di una eventuale eruzione”. Parole magiche. E l’ansia, che tutti ci portiamo dentro pur senza dircelo, si placa in un momento. Strana gente, noi napoletani. Letteralmente “seduti” su una bomba di fuoco, con l’ardire anzi di aver piantato le tende perfino sotto e lungo le pendici della “muntagna”, e si continua a campare come se niente fosse, certo aiutati dal carattere: fatalista, credente, un po’ impavido e un po’ irresponsabile, sicuri della protezione di San Gennaro, soprattutto convinti di farla franca sempre e comunque.

Perciò sono sufficienti gli scongiuri (secondo le abituali modalità) contro il virus che ha gettato ombre dappertutto, morbo temuto per il buio che lo accompagna: nei fatti uno sconosciuto, quindi lontano dall’appartenenza all’amato-temuto nostro dominatore: il Vesuvio. E poi c’è l’Osservatorio a controllare le zone rosse (di magma, non di altro), ovvero i Campi Flegrei, la solfatara di Pozzuoli, Ischia e il Vesuvio. Fondato a Ercolano nel 1841 da Federico II di Borbone sul Colle del Salvatore alle pendici del vulcano a 608 metri di altezza, l’Osservatorio è dal 2001 costola dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), fiore all’occhiello della ricerca italiana. Qui a Napoli, nell’attuale sede a Via Diocleziano a Fuorigrotta, tra un centinaio di dipendenti, una miriade di studi, uffici amministrativi, laboratori e spazi che vanno dal seminterrato al quarto piano, assicuriamo una ininterrotta sorveglianza: pressione, temperatura, gas e incazzature di Isso, come mi piace chiamare il Vesuvio, rifacendo un po’ il verso a Iddu, il nome che i siciliani hanno appioppato al loro Stromboli che, tra l’altro, è tenuto sotto controllo anche da noi con un supercomputer a parte. La mia attrazione per il nostro Lui inizia fin da bambino, quando mio padre mi ha messo tra le mani il libro di Jules Verne “Viaggio al centro della terra” dove gli scienziati si muovono attraverso due vulcani: l’islandese Sneffels per entrare, e lo Stromboli per uscire.

Tra i vari compiti da geochimico, con il mio gruppo garantiamo turni di sorveglianza sismica nella sala di monitoraggio dove si registrano, accanto ai segnali dei sismografi tra Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia, pure le più piccole vibrazioni del suolo, dei tuoni, degli aerei supersonici, o il semplice mare in tempesta. La nostra competenza, come area napoletana, dovrebbe riguardare solo le tre aree vulcaniche. Ma alla fine chiamano tutti sulla nostra linea telefonica: carabinieri, vigili del fuoco e gente sperduta tra gli Appennini, per cui alla fine offriamo anche sostegno e aiuto psicologico alla vecchietta che ci invita a prendere un caffè da lei, alla signora in crisi di ansia perché in piena notte ha “percepito” un prossimo terremoto, a chi chiede se “diciamo la verità” o a chi racconta di aver appena finito di pagare la casa e non vuole perderla col terremoto. E noi, come unica salvifica panacea, rinnoviamo la convinzione: “Al momento nessuna previsione di una eventuale eruzione”.

Occupandosi di più settori, come le deformazioni del suolo, la gravimetria, la geoelettrica e l’ambiente in generale, l’Osservatorio studia i processi che avvengono in profondità, quindi sia i gas delle fumarole calde (quelli emessi dalla Solfatara, dall’area di Pisciarelli, dal fondo del Vesuvio o dalle fumarole di Ischia) che le acque sotterranee, affidando a noi il prelievo dei campioni, le successive analisi e l’interpretazione dei dati, oltre alle missioni per speciali interventi fuori dal nostro territorio e all’estero: sull’Etna, in Costa Rica, in Grecia nell’isola di Nisyros. Misurazioni che al Vesuvio sono particolarmente difficili perché le fumarole sono localizzate sia all’interno del cratere che sul bordo esterno. Per quelle interne, a causa della pericolosità della discesa, ci si avvale di una guida alpina istruita da noi, riservandoci poi di intervenire sul bordo esterno. Sembrerà strano, ma la maggior parte dei napoletani non è mai salita al cratere del Vesuvio, forse perché spaventati dal percorso molto ripido. Forse per un senso di rispetto? O perché temono di scorgere la lava all’interno del cratere? In realtà, dopo l’ultima eruzione del 1944, il Vesuvio è ormai a condotto chiuso, sigillato e freddo, a parte un’unica area dove la temperatura è di circa 100 gradi.

Scendere al fondo del cratere dà invece una particolarissima sensazione. Il fondo è circa 200 metri più in basso del bordo cratere, quindi distante dai rumori esterni, per cui si distinguono solo i fruscii delle piccole frane lungo le pareti, il verso dei rapaci che là nidificano oppure i passetti dei topolini impegnati a rosicchiare i cavi elettrici delle stazioni mandandole in tilt o i giri di qualche volpe che si è fatta la tana tra le batterie e i pannelli solari. Capita perciò di sorridere, pensando che nonostante tutto la vita è sempre presente. Vedi il miracolo delle ginestre! Almeno fino all’estate del 2017- prima che violenti incendi appiccati da mani criminali distruggessero grandi aree di vegetazioni e tantissimi alberi – nel periodo di giugno-luglio lo spettacolo e gli odori di quei fiori in sboccio, mentre il cono si tingeva tutto di giallo, regalavano brividi emozione. Ah, dimenticavo: “Al momento nessuna previsione di una eventuale eruzione”.