L’altro giorno la Commissione Cultura del Senato ha approvato la proposta di legge sul libro, già passata alla Camera nel luglio scorso senza voti contrari, con la sola astensione di Forza Italia e +Europa. Il punto saliente della nuova normativa, per la quale s’attende l’ultimo atto, cioè il passaggio in aula e l’approvazione finale al Senato, prevede un abbassamento dal 15% al 5% del limite massimo di sconto rispetto al prezzo di copertina dei libri. Il bersaglio è principalmente il commercio elettronico, che pratica regolarmente il massimo sconto. E nasce subito la polemica.
Se da un lato le associazioni dei librai e degli editori indipendenti (l’ADEI) premono perché la legge vada subito in aula per essere al più presto promulgata, dall’altro l’Associazione Italiana Editori (l’AIE) la contesta aspramente. Per i primi, gli “sconti selvaggi” praticati dai “negozi” online si ripercuotono duramente su chi lavora nel settore, facendo poi lievitare il prezzo di copertina, accresciuto per compensare gli sconti; per i secondi, la lotta agli sconti, benché in teoria miri a boicottare gli acquisti online, in realtà avrebbe come unico effetto la penalizzazione dei clienti e di conseguenza finirebbe solo col limitare la lettura. Che viceversa – e su questo dovrebbe esservi un accordo unanime – andrebbe sostenuta con ogni mezzo.
In Italia, secondo l’ISTAT, solo il 40% delle persone legge almeno un libro l’anno.
La situazione, però, non è la stessa in tutto il Paese: al Nord si legge il doppio che nel Mezzogiorno. E il divario culturale procede parallelamente a quello economico: nel Sud il pil pro capite ammonta a 18.500 euro contro i 35.400 del Nord. In una lunga intervista rilasciata ieri al “Corriere della sera”, Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione Italiana Editori, ha preso spunto proprio da questo divario, al tempo stesso culturale ed economico, per chiedere alla politica “scelte di ampio respiro che, a partire dalla scuola, aiutino il Paese a crescere con particolarissima attenzione al Mezzogiorno”.
Da sottoscrivere parola per parola. Al riguardo, la nostra realtà locale versa in una situazione a dir poco paradossale.
Napoli è forse la città più raccontata d’Italia, quella sulla quale e nella quale si scrivono miriadi libri, ma la Campania è sicuramente tra le regioni in cui si legge meno. Qualche anno fa, Piero Antonio Toma e Vittorio Bongiorno, nel loro “Almanacco napoletano di scrittori e poeti”, ne contarono quasi una cinquantina. Poi, però, a fronte di questa proliferazione di quanti hanno dimestichezza – e spesso anche successo – con la pagina scritta, c’è da constatare il generalizzarsi d’un vero e proprio analfabetismo di ritorno. Come riportava sul Riformista Napoli dell’altro ieri Andrea Esposito, il direttore di Federculture Claudio Bocci ha sostenuto, numeri alla mano, che la Campania non è solo tra le regioni in cui si legge meno, ma per giunta è quella in cui maggiormente s’acuisce la distanza tra chi legge molto e chi non legge affatto. In altri termini, mentre dalle nostre parti quelli che leggono almeno un libro l’anno non superano il 25%, solo nell’ultimo anno sono aumentati del 7 % i cosiddetti lettori forti, quelli cioè che divorano 12 o più libri l’anno.
L’acuirsi di queste distanze conferma che Napoli è ormai la capitale italiana delle diseguaglianze.
Per contrastarle davvero, sia sul piano locale che nazionale, la strada giusta non è certo l’adozione di misure punitive nei riguardi del commercio online. Una mossa del genere è solo una scorciatoia inefficace, che vorrebbe comunicare l’idea d’una classe politica compatta nella difesa delle librerie minacciate da internet, ma che invece riesce unicamente a penalizzare i lettori (e gli stessi piccoli editori, i cui libri, spesso di nicchia, erano in genere introvabili in libreria, mentre ora risultano acquistabili facilmente con un semplice clic).
Politiche più efficaci e lungimiranti dovrebbero viceversa prevedere il rilancio delle biblioteche pubbliche, a cominciare da quelle scolastiche (da sostenere con adeguati e regolari finanziamenti), agevolazioni fiscali e sostegno agli affitti per i librai, l’organizzazione di festival e saloni del libro, e infine – cosa fondamentale ma disgraziatamente da tutti trascurata – la detraibilità dell’acquisto di libri (non limitato a chi svolge professioni intellettuali, ma esteso a chiunque investa il suo reddito nella propria promozione culturale, non solo strettamente lavorativa).
Il commercio elettronico è il futuro. Sarebbe velleitario proporsi di abolirlo: ma bisogna sforzarsi di governarlo e conviverci, cercando di limitarne i danni.