Ottima idea quella di Lucia Valenzi che presiede la Fondazione intitolata al padre di promuovere il Convegno Il volto della città di Napoli e l’attività della Amministrazione Valenzi, due giornate e quattro sessioni di analisi e approfondimento degli otto anni, dal 1975 al 1983, della giunta guidata dal padre Maurizio Valenzi, primo ed unico sindaco comunista di una città che dopo il fascismo ne aveva eletti di liberali, monarchici e democristiani, e che usciva dal colera del ‘73 con profonde ferite e violente tensioni sociali.  Maurizio Valenzi – di cui sono stato vicesindaco all’età di 28 anni – fu un ottimo amministratore, punto di riferimento di tutta la città, un galantuomo, un comunista liberale, “moderno”, di grande sensibilità politica ed umana, mai settario e sempre aperto al contributo di tutti.

Grande comunicatore, seppe tenere il confronto con alleati ed avversari e non confuse mai il ruolo di dirigente politico con quello di massimo esponente delle istituzioni. In politica riversava il suo stile fatto di signorilità ed autorevolezza maturate nelle frequentazioni con intellettuali ed artisti, mondo al quale direttamente apparteneva, e questo, nella partitocrazia dominante, lo distingueva e spesso lo contrapponeva al burocratismo dei “funzionari” di cui era fatta la classe dirigente del Pci. Amico di Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte, esponente di spicco dell’area riformista, dalle frange estreme del suo partito fu ostacolato e contestato, e, dopo la caduta, il suo partito non gli riconobbe nel modo adeguato i grandi meriti che aveva, anzi lo emarginò, frettolosamente archiviando quella importante e positiva esperienza politica. Il che non giovò certo all’evoluzione del Pci e tanto meno alla costruzione di una sinistra di governo con le altre forze socialiste e laiche.

Quella che lo vide protagonista fu una memorabile stagione politica. Nel 1975 il vibrione era ormai alle spalle ma aveva lasciato cumuli di miserie morali e materiali. Il Pci aveva ottenuto una grande vittoria elettorale. E dopo qualche esitazione era nata la prima giunta rossa che restò a San Giacomo fino al 1983. Anni difficili, di emergenze acute, a cominciare da quella del lavoro, con “ex cantieristi”, disoccupati organizzati, veri e falsi, ex detenuti e cooperative di dubbia origine, in parte infiltrate dalla camorra, decine di migliaia di uomini e donne che con il miraggio del “posto fisso” assediavano quotidianamente San Giacomo ed i partiti. Ad essi si aggiungevano i “senza tetto” un esercito di disperati, anche qui, veri e falsi, alla ricerca di un alloggio. E in questo esercito di disperazione e simulazione, di bisogni reali e simulati, di civile protesta e camorristico mercimonio, si infiltrò, si alimentò e crebbe l’emergenza terrorismo in grado di tenere altissima la tensione anche con minacce ed attentati (al questore Ammaturo, a Pino Amato a Delcogliano a Uberto Siola preside di Architettura).

Il confine tra un brigatismo, diciamo “locale”, meridionale (i Nap, i Gap, eccetera) e la camorra, allora forse meno diffusa ma più organizzata ed efficace di oggi, era labile anzi a volte inesistente come accadde col sequestro Cirillo.  Su tutto ciò, su una città che a fatica cercava la via di un suo riscatto dovendosi destreggiare in un contesto nel quale la sua identità veniva declinata in termini di emergenze, violenza, criminalità e sotto sviluppo, si abbatté il terremoto del 1980, che naturalmente acuì fino alle estreme conseguenze la crisi, determinando qualche anno dopo anche la fine di quella esperienza. Eppure in quel contesto, politicamente indebolito dalla necessità di negoziare il quarantunesimo voto per il bilancio, pena lo scioglimento dell’Assemblea, non furono poche le cose fatte e avviate. Tra le prime la lotta all’abusivismo, il piano per le periferie, il piano quadro delle attrezzature, restauri e ristrutturazioni del centro storico, il completamento della Tangenziale con i raccordi con la zona ospedaliera, l’avvio della Metropolitana con il cantiere di Medaglie d’Oro, il decentramento amministrativo, Estate a Napoli, grandi eventi come il concerto dei Rolling Stones, Amelio, Andy Warhol e J.Beus, il Centro direzionale, il nuovo palazzo di Giustizia, i grandi piani di edilizia popolare e cooperativa ed altro.

Naturalmente anche errori, il più grave fu insistere sull’Italsider e non negoziare la sua sostituzione con altre industrie di avvenire sicuro come l’aereo spaziale. Una città piena di piaghe, ma viva, accesa, attiva, in fermento. C’era la speranza che una nuova elitè potesse accompagnarla verso una modernizzazione, culturale, civile, ancor prima che fisica e lasciarsi alle spalle quel suo storico oscillare tra protezione e ribellione, tra suggestione e gestione, quell’incapacità a lavorare per un proprio futuro, a crescere fuori di se, a diventare metropoli senza perdere l’identità. Sono passati più di 30 anni. Le cose non sono migliorate. Anzi. Ma la memoria di quegli anni ci può forse aiutare. Grazie Lucia.