Tre fatti recenti sull’economia del Mezzogiorno. Nel fare i bilanci che tipicamente precedono i festeggiamenti del 31 dicembre, Carlo Cottarelli ha recentemente notato su La Stampa come gli anni dieci del secolo siano stati molto deludenti per l’economia italiana, il cui pil è aumentato molto meno rispetto ai principali paesi europei (0,2% in media all’anno contro il 2 della Germania e l’1,3 della Francia). Con un occhio al territorio – aggiungo io – questa storia di sostanziale stagnazione ha due facce: quella del Centro-Nord, con una crescita media del prodotto modesta ma positiva (0,4), e quella del Sud, dove il pil è invece addirittura sceso (mediamente dello 0,4 all’anno). In prospettiva storica, il pil meridionale è oggi al livello della seconda metà degli anni ’90: una grande emergenza subnazionale nell’ambito di quella relativa all’economia italiana nel suo complesso. Secondo fatto: negli stessi giorni, il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano ha annunciato la disponibilità di 100 miliardi di euro in 10 anni per politiche di sviluppo del Mezzogiorno.

Tra Capodanno e l’Epifania, infine, il terzetto si è completato con la (non) notizia del ritardo delle regioni italiane nello spendere i fondi Ue, pilastro imprescindibile per la cosidetta convergenza territoriale. Mettendo in fila i tre elementi – l’economia del Sud arranca, i soldi per invertire la rotta ci sono, ma occorre anche saperli spendere – si rischia però di cadere nel tipico, grave tranello cognitivo di associare spesa pubblica a crescita del Mezzogiorno. Non vi è alcun automatismo tra spesa e crescita, come dimostra l’esperienza dell’ultimo mezzo secolo. Cambiamo invece prospettiva per discutere di regolamentazione del mercato del lavoro e, in particolare, di flessibilità dei salari. Ne hanno già parlato nei giorni scorsi su questo giornale Marco Percoco e Domenico Salvatore, con accenti critici. Io vorrei invece offrire un punto di vista favorevole.

Il dibattito sui salari geograficamente differenziati ha preso nuova linfa da un recente lavoro di ricerca, intitolato “Wage Equalization and Regional Misallocation: Evidence from Italian and German Provinces”, scritto dagli economisti Tito Boeri (Bocconi), Andrea Ichino (Istituto Universitario Europeo), Enrico Moretti (Berkeley) e Johanna Posch (Analysis Group). Gli autori toccano l’argomento-tabù della contrattazione centralizzata dei salari dei lavoratori, il cui fine nobile è quello di ridurre le disuguaglianze. Ma in un paese con forti divari territoriali le cose stanno diversamente e si possono avere effetti perversi.

Vediamo perché. Tra il Nord e il Sud Italia vi sono divari di produttività del lavoro molto ampi, nell’ordine del 20%. Una regola di buon funzionamento dell’economia è che i salari siano collegati alla produttività; tuttavia, la contrattazione collettiva nazionale, scarsamente derogabile a livello locale o aziendale, limita fortemente questa auspicabile proporzionalità. Ne consegue che, in termini nominali, i salari sono sì abbastanza ben distribuiti tra Nord e Sud, ma in termini di potere d’acquisto sono più alti nel Mezzogiorno, dove il costo della vita è ampiamente inferiore (tra il 15 e il 20% secondo le stime di Luigi Cannari e Giampaolo Iuzzolino della Banca d’Italia).