Aldo Trione ha appena compiuto 80 anni e questo articolo è un modo come un altro per fargli gli auguri. Filosofo e politico, lo qualifica oggi Wikipedia. Ma come si può, di lui, tacere il meglio? Trione sicuramente è l’uno ed è stato l’altro: il maestro di estetica e l’intellettuale impegnato eletto nelle istituzioni, prima come consigliere comunale al tempo del Pci riformista e poi, quando venne fuori Berlusconi, parlamentare di opposizione eletto nel gruppo dei Progressisti. Ma poi? Ora gli farei un torto a definirlo un nobile affabulatore, titolo che per me conta invece molto. Gli farei un torto, perché sotto questo termine potrebbe passare di tutto, il narratore avvincente e ingegnoso, che Trione effettivamente è, ma anche l’inventore di storie poco credibili o inesistenti, e questo non sarebbe appropriato. Ma se mi astengo dall’usare questo termine non è solo perché è abusato e può risultare ambiguo, ma semplicemente perché ce n’è uno migliore. Incantatore.

Oltre che filosofo e politico, Trione è per me uno straordinario incantatore, tra i più raffinati che abbia mai conosciuto. Incanta con la parola, scritta o detta che sia; con il racconto costruito con distinta sobrietà e poetica precisione. E con queste parole e questi racconti è capace di portarti con languida nonchalance dai disegni essenziali di Nino Longobardi – una passione condivisa – all’assoluto dell’arte; e dal più banale dei pettegolezzi al senso ultimo dell’esistenza. Una sera, a casa di amici comuni, l’ho ascoltato recitare a memoria buona parte di un canto dell’Inferno. Se a un certo punto si è interrotto lo ha fatto, forse, anche per non imbarazzare gli astanti, tra cui chi, come me, a stento avrebbe potuto competere con un verso di Ungaretti. Ma sicuramente, conoscendo alcune delle tentazioni a cui ama cedere, ci diede un taglio per non far freddare il piatto in tavola. Per Trione la parola è importante.

È per lui come l’arte per Victor Sklovsky: al di là di ogni astratto schematismo logico-formale, serve a dare “una sensazione della cosa, una sensazione che deve essere visione e non solo agnizione”. Perciò ha scritto, tra gli altri, un libriccino bellissimo ed elegantemente edito da il melangolo, che continuo ad avere a portata di mano nonostante sia del 2007. Lo ha intitolato “La parola ferita”. Che è poi la parola usata a sproposito. La parola esagerata o gridata, quando invece basterebbe sussurrarla. Ma a parte questo, la parola per Trione è ciò che permette alla politica di non restare intrappolata in una bolla lontana dalla realtà della vita, e all’uomo di andare oltre l’uomo, oltre la propria limitata fisicità.

Perciò a un certo punto scrive che “oltre la scienza, la tecnica, l’anatomia patologica, che consentono di penetrare il corpo, di frammentarlo, di smontarlo, di ricostruirlo, resta sempre aperto lo spazio del pensiero, con la sua capacità di inventare universi immagininari”.In tempi di immaginazioni graffiate e offese, non serve dire perché da giornalista, da professionista della parola, e da amico di Aldo Trione, sono tanto affezionato a questo libro.