Equivoci, siparietti paradossali, uno scansafatiche che finge di essere un brillante studente di medicina per spillare soldi allo zio, una pensione nella quale la linea sottile tra pazzia e normalità si fa quasi invisibile. Gianfranco Gallo torna a teatro con “Lo zio del medico dei pazzi”. L’attore napoletano riscrive e porta sul palco la commedia già rielaborata da Edoardo Scarpetta nel 1908. Gallo si è ispirato, però, non a Scarpetta ma al testo originale scritto da Jacoby e Laufs nel 1890 il cui titolo era “Pension Schoeller”. «La grandezza di Scarpetta non era solo quella di scrivere di suo pugno i testi ma la capacità di rielaborare e adattare le grandi commedie – racconta Gianfranco Gallo dopo la prima di ieri sera al teatro Augusteo – Partendo da quell’idea mi sono approcciato a Scarpetta come suo contemporaneo, mi sono ispirato alla storia originale e l’ho rielaborata secondo le esigenze del pubblico odierno».

Oggi riuscire a provocare il riso di chi siede in platea non è facile. Forse perché viviamo in una società che quasi non dà il tempo di sorridere. La commedia di Gallo ci riesce. Il potere della sua comicità sta nell’assenza di “forzature” e “fronzoli”, è un’ironia asciutta, seppur esplosiva, senza ammiccamenti e che tiene in considerazione il pubblico come unico elemento determinante. «Oggi portare al pubblico delle opere in tre atti in napoletano antico è un’operazione che non interessa più nessuno. Servono solo tre cose perché un’opera sia considerata di successo: attore, testo e pubblico», spiega Gallo. Della commedia originale, l’attore e sceneggiatore napoletano ha conservato l’idea più libera e surreale di teatro, quella per cui i personaggi devono staccarsi dal copione per chiacchierare direttamente con il pubblico e farlo ridere. Per reggere il gioco al protagonista gli ospiti della pensione si fingono pazzi trovandosi intrappolati ognuno nel proprio folle mondo. A questo punto è lecito chiedersi: cos’è la pazzia? «In quest’epoca siamo tutti pazzi – conclude Gallo – Se pazzia vuol dire isolarsi e non guardare l’altro, questa è un’epoca di pazzi. Viviamo un individualismo esasperato, ognuno è chiuso dentro sé».