“Tempo fa ero a Napoli, per la presentazione di un libro – racconta Franco Di Mare, giornalista, inviato di guerra, conduttore – e quando difesi il diritto di andare in giro con il Rolex al polso mi diedero del provocatore». Si ferma un attimo e poi: «È intollerabile che esista ancora una retorica dello scippo come rivalsa sociale». Di Mare, napoletano, attualmente direttore generale del daytime della Rai, commenta così la vicenda di Ugo Russo. «La morte del ragazzo è una tragedia collettiva che ci vede un po’ tutti come colpevoli», aggiunge il giornalista e scrittore. Inviato di guerra per anni, dalla guerra nei Balcani ai conflitti in Africa e America Centrale, oltre che scrittore di libri di grande successo. Tra questi Casemiro Rolèx, pubblicato nel 2012, il cui protagonista era, per l’appunto, uno scippatore.

Lo scippo, il lato oscuro di Napoli, la tragedia; è una storia che si ripete ciclicamente?
«È inaccettabile. Non si può pensare che a 15 anni si vada in giro di notte a fare una rapina. Questa storia è una tragedia collettiva. Abbiamo perso un po’ tutti. Ma a perdere più di tutti sono stati i parenti di questo ragazzo che sono andati ad assaltare il pronto soccorso. Una violenza inaudita, cieca, bestiale».

Che cosa rappresenta il Rolex in tutta questa storia?
«C’era un albergo – e forse nemmeno l’unico – a Napoli, proprio a Santa Lucia, che proponeva ai clienti di mettere il Rolex in cassaforte e di prendere un piccolo orologio di plastica con l’immagine dell’hotel per uscire. Una pratica che metteva in guardia i clienti dagli scippi. Già quella era la dichiarazione di un fallimento. La stessa problematica è segnalata nelle brochure delle navi da crociera. Questa è la cartolina nera della città».

Lei ha scritto un romanzo, Casimiro Rolèx, nel quale il protagonista è proprio uno scippatore.
«Lo scrissi proprio per l’odio che provo nei confronti della categoria. L’ispirazione venne da un episodio di cronaca. Era il 2011. Un turista americano morì dopo nove giorni di agonia in ospedale per aver battuto la testa sul selciato a causa di un tentativo di scippo. Uno dei due arrestati di cognome faceva Scippa. E infatti il libro era anche molto ironico. Il protagonista però, Casimiro detto “Rolèx” per ovvie ragioni, intendeva le sue scorribande come una sorta di giustificazione, di vendetta sociale, di rivalsa. È quel tipo di visione che ancora viene chiamata in causa e che è francamente intollerabile».

Ci spieghi.
«Anni fa, alla presentazione di un libro a Napoli, difesi il mio diritto di camminare in città con il Rolex senza essere aggredito. Fui chiamato provocatore, perché in una città dove manca il salario sociale andare in giro con il Rolex era appunto una provocazione. Che è come dire a una donna vittima di violenze sessuali che la colpa è sua che va in giro con la minigonna, come recitava Dario Fo in una pièce teatrale. Così si inverte il ruolo della vittima e quello del carnefice. È inaccettabile».

Ha ravvisato visioni simili nell’episodio di sabato notte?
«Sui social qualcuno ha fatto notare che il carabiniere era in giro, di notte, con un Rolex al polso. Come se fosse una colpa. Come se il problema non fosse stata la tentata rapina, la tragedia, la devastazione del pronto soccorso».

Secondo lei quanto c’entra la Camorra in questa storia?
«La criminalità è presente in ogni città del mondo. Qui si tratta di qualcos’altro, di quell’anima lazzara della quale Napoli non riesce a liberarsi. Marx parlava di lumpenproletariat, proletariato senza coscienza di classe, senza cognizione di sé. E quindi senza lo stimolo al riscatto sociale, che parte sempre dalla coscienza della propria posizione. È per lo stesso motivo che hanno assaltato il Pronto Soccorso, che appartiene a tutti e anche a loro. Si tratta di quello strato di società più suscettibile a diventare carne e manovalanza della criminalità. Ma le baby gang, e anche questo episodio, dimostrano che la Camorra è in crisi, che non controlla più il territorio. Certi episodi portano a più controlli delle forze dell’ordine e alle organizzazioni non fa bene».

Cosa bisogna fare allora?
«Serve un esercito di maestri elementari, come scriveva Gesualdo Bufalino. Non soldati. E insegnare la possibilità di un riscatto attraverso lo studio e la consapevolezza di sé. A Sarajevo, dov’ero inviato durante l’assedio della guerra jugoslava, le truppe serbo-bosniache bombardarono per giorni l’antica biblioteca. Perché lì erano conservati i libri. E nei libri c’era scritto che la vita insieme, tra gruppi religiosi ed etnici diversi era possibile. Bombardare la cultura voleva dire negare quell’evidenza. In Sicilia si ammazzavano i preti perché parlavano della mafia e del riscatto. I talebani non vogliono che i bambini vadano a scuola perché è il vero strumento per raggiungere una consapevolezza di sé e del mondo. Perciò la cultura viene colpita così duramente; perché la cultura è il vero argine al degrado, alla criminalità e alla marginalità».

Nella prossima puntata di Frontiere, il suo programma in seconda serata su Rai1, parlerà di fiction. Che ruolo gioca in questa faccenda?
«Nella puntata di lunedì parleremo della tendenza che si riscontra, nelle fiction per l’appunto, a raccontare un Meridione diverso, nella sua complessità. Un Sud che non è solo cartolina o solo Gomorra. Quest’ultima, che riguarda Napoli, è un ottimo prodotto televisivo. Ma rappresenta solo una parte di Napoli. Che però è una città complessa, diversa da tutte le altre perché le sue periferie si trovano nel suo centro, nel suo cuore. Il Quartiere di Santa Lucia, dove sono successi i fatti di sabato, è molto indicativo sotto questo aspetto: c’è il Pallonetto, i palazzi borghesi, gli studi dei professionisti, gli alberghi. Napoli è un capitone, non si riesce ad afferrare; non esiste e forse non esisterà mai un suo romanzo definitivo. Gomorra quindi diventa un cattivo modello se l’unico suo riferimento sono criminali che si muovono nel loro mondo, con persone come loro, e non esiste riscatto. Quella non è Napoli, è una città del crimine. È Gotham City».