La fotografia di Luciano Benetton, Oliviero Toscani e le sardine non è una foto ricordo. È un’immagine costruita ad arte, ma non è arte, è comunicazione. Sbagliata. Quando facciamo una foto ricordo, ci ammassiamo velocemente gli uni sugli altri, ci stringiamo, sorridiamo e – cheese- aspettiamo il click. In questo caso invece, i personaggi si dispongono in un ordine apparentemente sparso ed omogeneo, tra i due setti in calcestruzzo armato di Tadao Ando. Questa composizione suggerisce un insieme coeso ed amalgamato, democratico si potrebbe dire, nel quale ogni elemento ha il suo spazio; ma a guardarlo con più attenzione esistono solo due insiemi tra loro non combinabili, come l’olio e l’acqua in un bicchiere: la prima fila con Benetton, Toscani e le sardine e poi tutti gli altri, in un unico secondo piano. Qualche dettaglio tradisce un bisogno esistenziale di affermare la propria presenza: un ragazzo giù in fondo beve una improbabile tazzina di caffè, una ragazza bionda vicino a Mattia Santori, con la mano fa il segno della vittoria: “abbiamo vinto! Abbiamo le sardine!”.

Al centro della prima fila c’é l’unica sardina fondatrice donna, ai suoi lati Luciano Benetton e Oliviero Toscani, immortalato in una risata a bocca spalancata. Gongola del successo del suo piano: ha portato in Fabrica le sardine e le ha ritratte insieme a Benetton, dimostrando così che il suo datore di lavoro non è un mostro o un criminale, ma che è anzi amico di coloro che difendono i diritti dei più deboli e che si battono contro le semplificazioni e il populismo dilagante. Mattia Santori è leggermente defilato, ma la sua posa è memorabile: distaccato dall’insieme come un vero capo, è autonomo sia dal gruppo dei protagonisti sia da quello delle comparse; ha la mano sinistra dietro la schiena, quasi in atteggiamento militaresco, mentre con la destra si tocca il petto, come a voler dire “sì, sono proprio io e sono qui, perché io voglio essere qui, a Fabrica”. Sono tutti in abiti casual, come tanti colori-uniti, tranne Benetton che è in giacca. È lui che ospita, è lui che paga, è lui che benedice. Mi piace immaginare che Santori e i suoi amici fossero davvero in buona fede: non immaginavano l’arrivo tempestivo di Benetton, forse avvisato proprio da Oliviero Toscani. Ma ormai lui è qui, questa è casa sua, se chiede la foto, bisogna fare la foto. “Magari peró teniamocela per noi… non pubblichiamola”.

“Ma certo Mattia! Figurati, qui siamo tra amici, è solo una foto ricordo”. Ma lì a Fabrica studiano proprio la comunicazione, e la imparano da un Guru, Toscani. E quindi la foto va sui social, ma i risultati non sono quelli sperati, le cose non vanno come in uno spot di successo. Così il nemico storico dei Cinquestelle, il cattivissimo Benetton, diventa improvvisamente il nemico di Salvini, pur di dare addosso alle sardine. E le sardine che fanno? Ammettono l’errore, chiedono scusa. Ma sì, chissenefrega della complessità che difendiamo, chissenefrega se per avere un colpevole bisogna aspettare i tempi della Giustizia, Benetton è un criminale, andare a trovarlo è stato un errore. E chissenefrega soprattutto del crollo del ponte Morandi: Toscani ha detto più o meno così, poche ore dopo alla radio. E chissenefrega di Toscani, avrà pensato a questo punto Benetton, lo licenzio seduta stante. Chissenefrega che voleva difendermi, io qui rischio il linciaggio. E così, nel fregarsene alla grande, perdono tutti, e di brutto. Eppure sembravano tutti così felici in quella foto, sorridenti, soddisfatti, sicuri di sé, vincenti, al sole, in un luogo bellissimo. Lí a Fabrica si studia la comunicazione e avevano fatto un progetto infallibile… la ragazza bionda vicino a Santori cantava già vittoria.