Cosa hanno in comune la notizia che Elon Musk, capo di Tesla, abbia detto di voler assumere personale solo in base alle sue competenze e non al titolo di studio e che il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina si sia detta contraria al “6 politico” agli studenti italiani, come soluzione all’emergenza Coronavirus, che sta colpendo seriamente il regolare svolgimento dei corsi scolastici e universitari? Apparentemente nulla, in realtà molto.  Innanzitutto, non posso che essere d’accordo con entrambi. In particolare con la Azzolina e per due ordini di motivi. Il primo è legato alla necessità che, fatte salve le giuste misure di contenimento e prevenzione messe in atto dal governo, debba essere impedito al virus di impattare in maniera disastrosa anche sul nostro stile di vita, sui rapporti sociali, sull’economia e, in questo caso, sull’educazione dei nostri giovani.

Impedendo, cioè, che il coronavirus “vinca due volte”, in primis purtroppo con la perdita di vite umane e di malati gravi nei nostri ospedali e poi con il danno quasi irreparabile che, su differenti scale temporali, porterebbe alla nostra società dal punto di vista socioeconomico. Il secondo motivo, invece, è più sottile, ma credo altrettanto importante perché emblematico di un’attitudine potenzialmente devastante per il sistema Italia, in grado di generare danni irrecuperabili che si protrarrebbero su tempi lunghi o lunghissimi. Gli studenti non devono andare a scuola con l’obiettivo di superare gli esami o ottenere un diploma, ma di acquisire competenze da una parte e forma mentis, spirito critico, capacità di “imparare a imparare” e abilità al problem solving, dall’altro. Questo è ciò che chiede Elon Musk e la gran parte di coloro che offriranno a essi posti di lavoro nei prossimi 5, 10, 20 anni. La preminenza delle abilità possedute rispetto al titolo di studio conseguito, la cosiddetta supremazia di skills over degree.

Chi scrive si oppone da sempre al valore legale del titolo di studio, un fossile di un mondo del lavoro che non c’è più, sorpassato dai nuovi job, dalla rivoluzione informatica e dalla complessità della società globalizzata. Sono invece convintamente al fianco di quegli studenti, genitori e insegnanti preoccupati che l’anno scolastico possa terminare in maniera anomala, senza aver fornito ai “lavoratori dello studio” quelle nozioni e quelle competenze necessarie per fare di loro i padroni del proprio futuro, per dargli gli strumenti per essere a pieno titolo cittadini secondo l’Articolo 1 della nostra Costituzione. Vorrei vedere cortei di studenti in piazza — magari con le mascherine e a debita distanza l’uno dall’altro — manifestare per il diritto al sapere e alla conoscenza, perché solo così potranno essere attori consapevoli del mondo che verrà.

Vorrei che fosse garantito agli studenti di poter seguire lezioni in tele-conferenza e di estendere la durata dell’anno scolastico recuperando “il mal tolto” con corsi intensivi estivi, con la collaborazione degli istituti e delle famiglie, fornendo a entrambi risorse finanziarie straordinarie. E poi vorrei vedere esami e valutazioni severe come sempre, per mostrare che non si accettano alibi né ricatti dall’emergenza sanitaria. Vorrei assistere alla stessa prova di “ordinario” orgoglio e professionalità del comandante della Diamond Princess, Gennaro Arma.

Ma certo, sono anche lontano anni luce da quelli (spero davvero pochi) che gioiscono per aver saltato lezioni, da entrambi i lati della cattedra, o da coloro che chiedono che l’anno scolastico termini con una sanatoria, la quale tanto assomiglia agli sciagurati condoni fiscali che periodicamente si succedono in Italia. L’obiettivo è lo stesso: mettere in modo populistico una pezza al contingente, compromettendo però seriamente il futuro. Così facendo, oltre a lasciare alle prossime generazioni il debito monstre accumulato nei decenni per inettitudine politica, le priveremmo anche dell’unico strumento davvero indispensabile per la loro vita futura di cittadini consapevoli e liberi, la cultura.