“Sono nato nel quartiere San Lorenzo nel centro storico di Napoli, e qua ho vissuto, anche nei 37 anni di sevizio presso la polizia municipale, oggi polizia locale. E adesso, che dal 2017 sono in pensione, ancora cammino per queste strade, questi vicoli, cercando di essere utile alla gente. Non posso fare diversamente. Pare un destino, forse un compito che mi ha passato direttamente il Padreterno aiutandomi a realizzare un sogno che avevo da giovanotto, indossare la divisa. Come spesso capita ai giovani, mi attirava l’uniforme, la vedevo come un vanto, un segno di ordine, disciplina e rispetto delle regole, soprattutto mi dava l’autorità per intervenire nella vita della gente e aiutarla.

Perciò, a parte le tragedie che ho potuto seguire da vicino col mio lavoro, devo dire che ho sempre superato ogni ostacolo, avanzando passo passo nella mia carriera. Ancora ricordo l’incendio del deposito dell’Agip nel 1985 a San Giovanni a Teduccio, e il dramma del terremoto dell’ 1980 che, tra i tanti danni anche in questa città, provocò la distruzione di un edificio a Poggioreale e la morte di 60 persone, oppure l’attentato nel 1988 al circolo militare americano a Calata San Marco, e la sciagura di Secondigliano nel ’96, quando è sprofondato un palazzo intero. All’inizio, battendo la zona industriale: San Giovanni, Barra, Ponticelli, Poggioreale, ho collaborato con i vigili del fuoco, con la polizia, interessandomi della viabilità. Allora non c’era la tangenziale, quindi il traffico portava problemi di deviazioni.

Così, dopo un paio di anni di servizio nella zona del Museo, alla sezione di S. Lucia, alla Stazione centrale, a Mergellina, a piazza Dante, ho cominciato a fare notifiche per sgombri, piantonamenti per le roulotte ai terremotati, perché noi, anche senza andare in Irpinia, come dipendenti del Comune di Napoli, dovevamo lavorare qui. Quindi, dopo esserci dedicati alla viabilità nei primi dieci anni, sono arrivati compiti meno gravosi: dal controllo degli autobus e dei taxi, agli accertamenti di residenza, ai condoni, occupazioni di suolo. Altri colleghi che avevano deciso di non stare per strada, per scelta, o per ragioni di malattia, lavoravano in ufficio. A me è sempre piaciuto respirare all’aperto, a contatto con la gente, ho amato la strada. Sono un tipo socievole, mi piace dialogare con le persone. E oggi, sempre seguendo Napoli e i suoi cambiamenti, devo dire che non è cambiato granché, soprattutto nella zona del centro storico, eccetto forse il fenomeno delle babygang, un fatto – aggiungo io – nato soprattutto per moda. Si vuole dare la colpa ai film, a Gomorra, ma io ricordo che ai miei tempi, noi ragazzi ci accontentavamo di fumare la sigaretta per mostrarci uomini, ora i giovani bevono vino, birra, fumano spinelli, tanto che la sera non si può passare per le strade in mezzo a montagne di bottiglie vuote, e al fumo che ti stordisce. Certo, in questi giorni col virus, non c’è molta folla in giro, ma lo stesso i giovani si buttano uno addosso all’altro, parlano, fumano, bevono, se ne fregano della malattia e di tutto.

Tornando alle babygang, io dico che è sempre la moda, a mio parere, a dettare legge. Dietro l’apparenza ci sta il cosiddetto “sistema”, cioè azioni e volontà dei boss, perciò i giovani vogliono anche loro maneggiare denaro e avere tutto: l’Iphone, scarpe e magliette firmate, la moto… E allora, come può un ragazzo che lavora per pochi euro a settimana vivere con lo stesso lusso? Le persone mi chiedono che cosa sono gli spari e i fuochi d’artificio che si sentono più o meno intorno a mezzanotte. Se festeggiano l’uscita dalla galera, l’arrivo di un carico di droga, o perché i boss vogliono far capire che “loro” sono sempre presenti. Ma io, come abitante, anzi figlio di questa città, che posso dire? Neppure come uomo che ha fatto parte della polizia municipale, mi sento di poter giudicare.

Non è facile definire Napoli. È una delle più belle città, ma è un po’ arretrata, diciamolo, mancano i servizi, da quelli igienici per turisti e passanti, al resto. Mancano i mezzi pubblici, la metropolitana non funziona, e ancora c’è il problema della differenziata, che si fa, ma a seconda dei dipartimenti. A via Duomo la buttano per terra. Che ci volete fare? mi dicono, il popolo di Napoli è anarchico, una Repubblica a parte, siamo napoletani e siamo furbi, è il ritornello. Perciò servono a poco le segnalazioni che io, anche da ex del corpo dei vigili, continuo a fare agli uffici competenti: qua ci sta la buca, là i fili appesi dell’Enel, qua la fontanina che perde. Domande quasi sempre senza risposta, aspettiamo il miracolo, la protezione civile che arriva… E io, nel frattempo, mi scordo del diritto, dopo tanti anni dedicati alla famiglia, ai nipoti, insistendo a mantenermi attivo, senza avvilirmi, e senza appucundrìa, controllando gli stessi vicoli, scendendo da casa con comodo, ma scendendo sempre. L’ho fatto con passione il mio lavoro, con la passione di essere utile.

Per questo non ho rimpianti, e non mi sono mai distaccato dai problemi, tanto che forse oggi li vedo più di prima. C’è un peggioramento, carenza di polizia, carenza dell’amministrazione, e del governo. Rispetto a qualche anno fa ci stanno ancora meno agenti per strada, anche se il motivo è l’impossibilità di inviarli. Napoli è una grande città con un grande centro storico, e noi non vediamo uomini di legge in giro perché – divisi in tutto il territorio – non bastano.

Ci soffro, perché la amo questa città, qua sono nato, qua ho vissuto. Negli anni ‘60, quando ero giovanotto, non c’erano macchine né motorini, c’erano i carretti degli ambulanti che vendevano di tutto: la spiga, le castagne, il panino con la ricotta. C’erano i mestieri artigianali, l’arrotino e calzolai in quantità, all’epoca le scarpe si dovevano aggiustare. Certo, la sera stavamo quasi al buio, non c’erano negozi. Ora invece è diventato un unico negozio; in due tre anni, sotto i portici di Via Tribunali ci stanno più di 21 pizzerie. Eppure sono ottimista. Nella vita ci sono le cose belle e brutte; ho avuto anch’io tante disgrazie, ma si deve andare avanti. La vita non è tutta rose e fiori. E poi, come si dice, la ruota gira…