E per quale motivo oggi è considerato un nemico dai musulmani, nonostante la cosiddetta “crociata pacifica”? Marco Brando espone le sue ipotesi, fornendo un certo numero di indizi, incluso quel frequente ricorso a Federico II e agli Svevi nel dibattito sociale e politico dell’Italia contemporanea. Affronta tutto ciò con lo stile e gli argomenti del cronista, ovvio, non volendo rubare il mestiere agli storici; ciò nonostante ha svolto un serio lavoro di verifica – come fanno (o dovrebbero fare) sia i giornalisti che gli storici – sulle informazioni. Di certo, dal volume emerge che lo Svevo fa parte di quel Medioevo di cui siamo al tempo stesso figli e padri: figli in quanto eredi dei suoi lasciti e condizionamenti, ma anche padri, perché lo ricreiamo secondo i nostri sogni, rimodellandolo a nostro uso e consumo. Non solo.

Il libro è anche una miniera di curiosità e informazioni destinate a un pubblico molto ampio: il lettore viene coinvolto nel tentativo di dipanare la matassa dei luoghi comuni che hanno trasformato Federico II in un idolo leggendario che ha da tempo spodestato quello “vero”. Sullo sfondo, c’è il monito di uno dei più grandi storici del XX secolo, Fernand Braudel, citato all’inizio del volume: “La storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente, che ci circonda e ci assedia”.