Un imperatore medievale può irrompere sulla scena politica dei nostri giorni? Tanti potrebbero meravigliarsi di questa domanda. Eppure Federico II di Svevia (1194-1250) tra XX e XXI secolo è stato tirato in ballo molte volte dai politici, ora nelle vesti di amico ora in quelle di nemico. Prima lo Svevo è comparso – come mito positivo – nell’Italia mussoliniana e nella Germania uscita dalla Grande guerra, poi nel Reich realizzato da Adolf Hitler; dopo – come mito negativo – eccolo apparire nell’Italia reduce dalla II Guerra mondiale e dalla Resistenza; quindi, con altre sfumature (ma sempre col ruolo di avversario), nella retorica della “vecchia” Lega Nord di Umberto Bossi, alla fine del Novecento e oltre; nel 1996 si è materializzato persino nei discorsi dell’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli (in funzione anti-leghista). E via di questo passo.

Fino ad arrivare all’agosto del 2019, con la citazione da parte del premier Giuseppe Conte al Senato, nel giorno in cui il Presidente del Consiglio ha posto fine all’alleanza con il leader della nuova Lega, Matteo Salvini: “Permettimi di richiamare il pensiero di un sovrano illuminato, Federico II di Svevia…”. Questo rincorrersi tra storia medievale e storia contemporanea è il fulcro del nuovo libro scritto dal giornalista e scrittore Marco Brando. Si intitola “L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia” (Tessere, Firenze 2019) e amplia i contenuti di un precedente volume, “Lo strano di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa” (Palomar, Bari 2008).

A scanso di dubbi sulla fondatezza della parte storiografica, entrambi i libri hanno avuto l’imprimatur di importanti storici medievisti: in quest’ultimo ci sono la prefazione di Giuseppe Sergi e la postfazione di Tommaso di Carpegna Falconieri, mentre in appendice sono pubblicate quelle scritte nel 2008 da Raffaele Licinio e Franco Cardini. Tuttavia non è una nuova biografia: il percorso dello Svevo è delineato, però lo scopo è quello di indagare sul motivo per cui oggi un personaggio medievale come Federico II viene ancora ricordato, mitizzato, immaginato e usato. Il caso del sovrano normanno-svevo si presta particolarmente, perché consente di osservare bene ciò che succede nel cortocircuito tra la costruzione del discorso storico e la percezione che ha chi ascolta, percepisce o manipola quel discorso.

Il libro – scritto con un fluido stile giornalistico – si pone dunque una serie di quesiti. Perché oggi a proposito di Federico II – di fronte allo sconfinato amore manifestato dai pugliesi (e all’affetto più blando dimostrato dal resto dei meridionali) – s’incontra, in tono meno enfatico ma resistente, un senso di rivalsa da parte degli altri italiani, soprattutto in quel Nord che la retorica leghista fino a pochi anni fa chiamava Padania? Come mai c’è disinteresse da parte degli europei di matrice germanica, a parte gli accademici e un gruppo di fan?