Dio ci liberi dalla dittatura delle mode, dei discorsi tutti uguali, di hashtag ripetitivi rilanciati sui social. E dall’uso delle parole più per tendenza che per significato. Qualche anno fa fu il momento della post-verità, chiamata in causa a ogni elezione di cui non condividevamo gli esiti. Poi, in cima ai trend-topic (ancora oggi, a dirla tutta) arrivò la resilienza: della retorica di chi si piega ma non si spezza, che cade ma si rialza. Di concetti razziati ce ne sarebbero a centinaia. Nessuno può però raggiungere i tassi di abuso dell’empatia. Di questo saper entrare nello stato d’animo altrui e condividerne emozioni, sensazioni, sentimenti. Una capacità riproposta e fatta propria a iosa (anche della politica) ma spesso a sproposito. Proprio contro questo uso e abuso troppo superficiale, a volte dozzinale, arriva la Critica della Ragione Empatica (il Mulino) di Anna Donise, docente di Filosofia morale dell’Università Federico Federico II di Napoli. Un saggio pensato per mandare in soffitta il mito dell’empatia come sentimento radicalmente virtuoso. Buonista, si potrebbe dire con un’altra espressione della quale siamo abbondantemente satolli. Empatico, insomma, è anche il violento, il crudele. Dipende tutto da come viene declinata quella connessione emozionale. Il sottotitolo del lavoro è infatti Fenomenologia dell’altruismo e della crudeltà.
Perché, da filosofa, ha scelto di scrivere questo libro?
«L’empatia è un nostro modo di conoscere il mondo. Ho scritto una Critica perché credo – da filosofa – che la nostra possibilità di ragionare, di comprendere e di trasformare il mondo, debba fare i conti anche con il sapere che ci proviene dal nostro essere empatici».
La tesi del suo lavoro vuole smentire l’empatia come un valore di per sé positivo. Perché?
«L’empatia è positiva come lo sono la vista, l’udito, il tatto: toccare l’altro può significare fargli una carezza ma anche tirargli un pugno. Tuttavia, non possedere il senso del tatto renderebbe la nostra vita molto diversa e complicata. Per come viene impiegato, l’appello all’essere più empatici mi sembra però essere più simile ad un generico appello alla bontà. Comprendere i meccanismi dell’empatia ci consente invece di capire anche perché in alcuni contesti essere invasi dalle emozioni dell’altro può impedirci di valutare la situazione in maniera ragionevole oppure come mai capire cosa l’altro sta provando può diventare un’arma da usare contro di lui».
Perché la crudeltà presuppone l’empatia?
«Diciamo che l’incapacità di empatizzare con l’altro e di comprenderne il punto di vista ci può rendere indifferenti, freddi e brutali, che certo non è una bella cosa. Ma la crudeltà, quella veramente raffinata, presuppone spesso una eccellente capacità di comprendere cosa l’altro teme, cosa lo fa soffrire, cosa lo spaventa. Nel libro faccio l’esempio di O’Brien, il cattivo di 1984 di Orwell: sente le emozioni, la paura, le speranze e le preoccupazioni della sua vittima, Winston, al punto da ideare la famosa stanza 101, una stanza in cui la tortura è personalizzata, ed è la paura più grande che ciascuno di noi ha e che varia da persona a persona, che nel caso di Winston sono i topi. O’Brein può conoscere quella paura solo grazie alla sua straordinaria capacità di comprendere le emozioni di Winston. La nostra capacità empatica ci da un sapere sull’altro. Il problema è cosa decidiamo di farcene».
Oggi si parla molto di odio, di paura. L’empatia ha molto a che fare sia con l’uno che con l’altra. Questa tendenza ha avuto un ruolo nella scrittura del suo libro?
«Studiare l’empatia ci consente di comprendere meglio anche questi fenomeni. L’empatia non è solo “empatia positiva”, ma anche “empatia negativa”, come scriveva Theodor Lipps, uno dei pochi filosofi letti da Freud all’inizio del Novecento. L’altro non produce solo dinamiche fusionali e di identificazione, ma anche dinamiche di conflitto e di disgusto. Il disgusto è una tipica forma di empatia negativa che mi allontana e mi differenzia dall’altro».
Se non l’empatia, qual è lo strumento adatto per poter contenere l’odio?
«L’empatia ci serve per comprendere sentimenti e situazioni degli altri, anche degli altri che sono distanti, diversi, lontani. L’empatia intesa come la capacità di comprendere l’altro mettendosi nei suoi panni non funziona se l’altro è costruito come cattivo, disgustoso, pericoloso. È ridicolo pensare che tutti i nazisti avessero una disfunzione fisiologica dell’empatia: piuttosto la costruzione dell’ebreo, dell’omosessuale, del nero, come diverso, come pericoloso o come disgustoso, rende possibile trattarlo come un oggetto, senza riconoscerlo come qualcuno che, proprio come me, ha speranze desideri e progetti. Quando Kant diceva che bisogna trattare ogni uomo come fine, intendeva proprio questo: non siamo tutti uguali, ma abbiamo tutti desideri e speranze. Anche gli uomini sui barconi. O gli ebrei nei lager. O i palestinesi chiusi dai muri israeliani».
La politica, a partire da Obama, ha spesso costruito il suo storytelling sull’empatia. È una scelta sbagliata?
«Non credo sia una scelta sbagliata, credo che sia una sorta di appello ai buoni sentimenti, che un politico può e deve fare. Quando si dice che bisogna divenire empatici non si intende però solo più capaci di comprendere le emozioni dell’altro, ma si intende capaci di reagire a queste emozioni in modo rispettoso e magari accogliente. Io non credo che sia sufficiente sentire l’altro con le sue emozioni per trovarlo simpatico e amabile. In alcuni casi, al contrario, l’altro non ci piace, è antipatico o ci spaventa. Trovo che non ci sia nulla di sbagliato in questo. Il punto è che se un altro non mi piace, questo non mi autorizza a trattarlo male. Diciamo che l’empatia funziona come uno zoom che ci consente di guardare l’altro, di sentirne le emozioni e comprenderne le vicende, ma decidere come trattarlo non può essere solo una “faccenda empatica”».
Quanto è importante l’empatia nelle dittature e nei regimi autoritari in generale?
«Per rispondere a questa domanda devo chiarire che io penso l’empatia come stratificata. Nel libro faccio l’esempio di una torta a più strati: gli strati più in alto si fondano su quelli più in basso. Lo strato più basso e fondante è l’unipatia, che è una dimensione fusionale nella quale l’io non è ben definito e abbiamo difficoltà a distinguere le nostre emozioni da quelle degli altri. L’unipatia e il contagio emotivo sono fondamentali per comprendere le dinamiche delle masse, capaci di identificarsi con il capo carismatico, ma anche di divenire violente e crudeli, molto al di là delle intenzioni del singolo, che nella massa si perde, come notavano già Le Bon e Freud».
Napoli è una città empatica secondo lei?
«Napoli è una città nella quale si impara molto presto a comprendere le intenzioni degli altri, perché assai di frequente queste intenzioni, e i comportamenti che ne conseguono, non sono in linea con le banali regole della vita collettiva. Senza tirare in ballo cose troppo complicate, basta provare ad attraversare la strada, per capire a cosa mi riferisco. Quindi direi proprio di sì, è una città molto empatica, ottima rappresentazione simbolica della molteplicità degli strati dell’empatia e della sua fondamentale duplicità: le logiche dei clan o il familismo hanno a che fare con l’empatia; ma grazie all’empatia siamo anche capaci di cura, di condivisione e di dedizione al prossimo».