Mi sembra evidente che le nuove regole antivirus, tentativi benemeriti miranti a fare tutto il possibile per contenere il fenomeno epidemico, non possano essere considerate né definitive né perfette. Proprio perciò, possono e debbono essere migliorate e perfezionate.
Detto questo, mi sembra proprio che tra i critici implacabili delle loro incertezze e contraddizioni, meno interessati a emendarle che a demolirle, si stia diffondendo una vera e propria “sindrome di don Ferrante”, il celebre personaggio manzoniano che negava accanitamente la peste, sostenendo l’inesistenza del contagio e la conseguente inutilità d’ogni tipo di precauzione per provarsi a stopparlo. Si tratta d’una sindrome assolutamente trasversale.
Nella giornata ieri ne sono stati contagiati due individui così diversi e così politicamente, culturalmente e perfino antropologicamente contrapposti, come Donald Trump e Fausto Bertinotti, autorevole collaboratore di questo giornale. Il presidente degli Stati Uniti, punto di riferimento dei sovranisti e dei populisti di tutto il mondo, facendo riferimento a conversazioni da lui avute con molte persone – e inaugurando così un nuovo metodo scientifico che si spera abbia pochi seguaci –, ha innanzitutto smentito l’Organizzazione mondiale della sanità, secondo la quale il tasso di mortalità del coronavirus è del 3,4%. Inoltre, intervistato da Fox news, Trump ha chiamato «coronainfluenza» il coronavirus, ha detto che non c’è problema a continuare a lavorare se si è malati (cosa che viene invece assolutamente sconsigliata da tutte le autorità sanitarie per evitare nuovi contagi) e, senza alcuna prova medica, ha concluso che tutto sommato la Covid-19 è come una «normale influenza».
Non molto diverse nei contenuti appaiono le tesi sostenute da un esponente della sinistra radicale come Fausto Bertinotti; anche per lui il coronavirus è solo un’influenza e le misure prese dal governo col pretesto di contrastarlo sono un’esagerazione democratico-illiberale. Ovviamente, le posizioni di Bertinotti, sorrette da riferimenti culturali allo stato di eccezione e al populismo, sono molto più eleganti e sofisticate di quelle di Trump, ma convergono con la sua negazione dell’esistenza e della pericolosità del contagio.
Ciò detto, e allargando ora il discorso a tutti i don Ferrante di oggi, credo sia opportuno augurarsi che all’atto pratico questi non seguano fino in fondo l’esempio del personaggio manzoniano: il quale, come si sa, sulla base dei suoi filosofemi, non prese nessuna precauzione contro la peste e ne morì, contagiando a sua volta non si sa quante altre vittime.
C’è da augurarsi, inoltre, che i suoi seguaci odierni, invece di imitarlo, facciano propria la lezione del filosofo Jean-Luc Nancy. Qualche giorno fa, replicando al filosofo e accademico Giorgio Agamben, cioè a uno dei primi ad aver parlato di invenzione dell’epidemia da parte dei governi per invocare lo stato d’eccezione, Nancy ha ricordato che circa trent’anni fa, a parere dei medici, si sarebbe dovuto sottoporre a un trapianto di cuore. Giorgio Agamben fu uno dei pochi che gli consigliava di non ascoltare i medici. Oggi Nancy – teorico dell’inoperosità, ma lieto di esseri fatto operare – non può che concludere: «Se avessi seguito il suo consiglio, probabilmente sarei morto ben presto».
C’è un versetto evangelico in cui Gesù, riferendosi ai maestri della Legge, dice: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Matteo 23,3). Nel nostro caso, però, sarebbe anche peggio, per loro e per noi tutti, se i novelli don Ferrante non si limitassero a discettare, ma mettessero anche in pratica le proprie meditazioni.