La gestione dei rifiuti urbani, in tante parti del Paese e dopo due decenni dalla prima dichiarazione di “stato di emergenza”, che riguardava ben cinque regioni italiane, resta un problema irrisolto per talune aree metropolitane ed anche per alcune regioni. Non c’è solo Napoli, insomma. Roma è conciata molto peggio, ma città metropolitane che non risolvono il problema entro i loro confini ed esportano rifiuti, oltre alla Capitale, ci sono al Sud come al Nord. Il caso della Capitale, poi, è ovviamente emblematico di una incapacità del “sistema Paese” di mettersi in sicurezza nella più banale delle azioni che ciascuno, in casa propria, compie ogni giorno: tenere pulito.

Ciò detto, Napoli non è la situazione più critica e talune delle fragilità, che l’assetto industriale presentava soltanto qualche anno fa, è stata pur risolta se è vero, come lo è, che nella sua Città Metropolitana è operativo il più importante termovalorizzatore italiano (per capacità di trattamento, 715.000 ton/anno) e che la raccolta differenziata dei rifiuti urbani è progredita fino a raggiungere risultati più che apprezzabili (oltre il 50%). Il mix tra rifiuti riciclabili da cui recuperare materia (50% del totale) e rifiuti dai quali è recuperata energia (70% dei rifiuti residui della differenziata) compone un dato ragguardevole con soltanto il 15% dei rifiuti non riciclabili e non combustibili necessitati di smaltimento. Osservata così, la situazione di Napoli e della Campania non è certamente la più arretrata del Paese, anzi. È molto più vicina a quella della Lombardia (5% di rifiuti a smaltimento in discarica) che non a quella della Sicilia (oltre il 70% di rifiuti a smaltimento in discarica).

Eppure, la percezione che si ha a Napoli e nei Comuni suoi limitrofi, è quella di un “ciclo imperfetto”, congiunturalmente esposto a crisi e sempre minacciato di collassare da un momento all’altro. È una percezione, del resto, suffragata da momenti di autentica difficoltà e ne sono prova, talora, i cassonetti ridondanti e una più marcata presenza di rifiuti non raccolti, anche sulle strade. Occorre, perciò, distinguere le diverse criticità, per adottare le misure più efficaci al fine di prevenirne l’insorgenza. Semplificare, insomma, può fuorviare.
Un esempio su tutti: un nuovo termovalorizzatore non credo sia necessario, perché la crescita della raccolta differenziata (e dei rifiuti riciclabili) ha ridotto notevolmente la quantità di rifiuti indifferenziati da trattare e inviare al recupero di energia.

Tra la capacità di termotrattamento dell’impianto di Acerra (715.000 ton/anno) e il fabbisogno regionale finora stimato (poco più di 800.000 ton/anno) lo scarto è poco e colmabile, giustappunto, con un incremento della differenziata non particolarmente clamoroso (6~7 punti percentuali). Piuttosto che concentrare l’attenzione sulla necessità e fattibilità di un nuovo termovalorizzatore sembrerebbe più giusto (e saggio) concentrarsi sullo sviluppo della differenziata in modo da aumentare i rifiuti inviati a riciclo e diminuire quelli da trattare negli Stir e quindi da portare a combustione ad Acerra. Per quanto alle discariche è vero che la carenza di impianti domestici costringe all’esportazione e, dalle difficoltà a ciò connesse (reperimento siti di accoglienza, trasporti, costi, procedure…) derivano complicazioni gestionali assai impegnative e onerose. La soluzione tuttavia, non sta nella urgenza di individuare e allestire nuove discariche domestiche, ma nell’evolvere il sistema di trattamento finalizzandolo alla riduzione dei rifiuti obbligatoriamente costretti allo smaltimento in discarica. In buona sostanza: si deve agire alla sorgente e non alla foce se si vogliono evitare le tracimazioni.

La sorgente sono gli Stir, apparati meccanici che svolgono la funzione di selezionare i rifiuti accettabili dalla combustione, da quelli, più ricchi di umidità, che non possono essere avviati al recupero di energia. Gli Stir tritano e vagliano rifiuti urbani generando, ora inevitabilmente, due flussi di rifiuti. Un flusso secco da termovalorizzare e uno umido da interrare in discarica. Se questo secondo flusso, quello umido, fosse biologicamente stabilizzato, raffinato e condotto a mineralizzazione si potrebbe evitare l’obbligo di interrarlo in discarica, poiché potrebbe essere impiegato altrimenti, in bonifiche e risanamenti ambientali, perdendo la caratterizzazione di “rifiuto”, per assumere quella di “sottoprodotto” non più soggetto, poiché inerte, alla disciplina dei rifiuti. Se una ingegneria, oggi, appare indispensabile dispiegare, dunque, non è quella riferita al recupero di energia bensì quella per il recupero di materia.