Napoli è ripiombata in una nuova crisi dei rifiuti e a sentire il sindaco le ragioni sarebbero quattro. Tutte, neanche a dirlo, estranee alle sue responsabilità. De Magistris le ha indicate in rapida successione nelle ultime settimane. Le riporto sinteticamente. La prima: la pioggia. L’acqua avrebbe gonfiato i rifiuti e complicato le operazioni di raccolta e smaltimento. Dunque il responsabile sarebbe Giove pluvio. La seconda: Roma, intesa come l’amministrazione Raggi. La capitale – ha spiegato Dema – ha “drogato il mercato” perché l’accumularsi di immondizia per strada “ha portato a prezzi altissimi, e se vogliamo comprare cinque compattatori in più o cinque bilici ci sono costi inaccessibili”. Ah, il mercato, questa variabile impazzita inventata l’altro ieri dalla Raggi per soddisfare capitalisti “prenditori” e senza scrupoli! La terza: i turisti. Napoli è stata invasa da vacanzieri che hanno provocato un improvviso intasamento dei cassonetti. Dunque colpevole sarebbe la città stessa, troppo bella e attrattiva. Terzo. La mancanza di fondi. Come si fa a gestire un servizio adeguato se mancano le risorse? In questo ultimo caso i colpevoli sarebbero dunque lo Stato e la Regione.

Sulle prime tre giustificazioni, c’è poco da dire. Quando de Magistris si è candidato a sindaco per la prima volta le previsioni atmosferiche davano forse bel tempo per tutto il decennio a venire? E come vogliamo metterla con gli americani e i giapponesi con le Nikon a tracolla? Vogliamo sopprimerli come converrebbe fare con gli amministratori romani? L’unica spiegazione plausibile potrebbe essere la quarta: la scarsità di risorse. Ma è vera? No, non lo è. Anzi. Il fatto che il sindaco ci abbia provato a buttarla lì nella polemica a sua discolpa, la dice lunga sul suo fare demagogico. Sul suo spregiudicato ricorso alla pratica dello scaricabarile. Sul suo costante tentativo di far passare lucciole per lanterne. A proposito delle presunte inesistenti risorse, infatti, basterà leggere quanto scrivono i pm nell’invito a comparire notificato a 23 fra amministratori e tecnici comunali e regionali nell’ambito dell’ultima inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Si parla di milioni di euro non spesi (circa 25) perché non sono state definite “tempestivamente” le gare di appalto relative “alle forniture di mezzi e attrezzature per l’igiene e la raccolta differenziata; di altri milioni (43) persi per non aver raggiunto di obiettivi previsti, sempre per quanto riguarda la differenziata; e di altri milioni (171) spesi invece per aver dovuto conferire i rifiuti altrove, in altri impianti e in altre regioni. Il senso è chiaro: i soldi c’erano e altri potevano essere trovati, da qui il reato ipotizzato di omissione in atti di ufficio, evitando ritardi e quindi sprechi. Punto.