Nel bailamme di queste ore, schiacciato come molti dall’incessante flusso di notizie e commenti sull’emergenza Coronavirus, mi vengono in mente alcuni termini: 80 euro, reddito di cittadinanza, quota cento. Provvedimenti di politica economica, diversamente virali fino a poco tempo fa, che hanno segnato il dibattito recente. Ma sembra un’era geologica fa. Abbiamo impegnato gli anni recenti per varare misure che nella migliore delle ipotesi servivano a sostenere la domanda aggregata per consumi (gli 80 euro), contrastare la povertà e avvicinare domanda e offerta di lavoro (il reddito di cittadinanza), facilitare l’occupazione dei giovani (quota cento); nella peggiore, a spargere prebende volte a blandire l’elettorato. Un’agenda pienamente riformista avrebbe invece dovuto individuare le grandi priorità e iniziare ad aggredirle, con coraggio e visione di lungo termine. Ma a tali richieste si è risposto spesso con un “non ci sono le condizioni politiche”. Di più non dimandare.

Le residue energie politiche e cognitive le abbiamo buttate via in dibattiti sterili, sganciati da ogni prospettiva reale e utili solo alla quotidiana guerra di posizionamento dei tweet: il fondo salva-Stati, i vantaggi e gli svantaggi dell’euro, l’articolo 18, l’autonomia differenziata, la ricostituzione dell’Iri in versione 4.0 e via andare. Parlare di nulla per non parlare delle cose che contano davvero. Non parlare di debito pubblico, per esempio. Quest’enorme ipoteca sul futuro nostro e dei nostri figli che è da tempo una delle grandi emergenze nazionali.  Ricordo brevemente i principali termini della questione. Il debito pubblico italiano è molto alto e va corretto al ribasso non tanto perché lo chiede Bruxelles ma soprattutto perché dobbiamo convincere i mercati a prestarci i soldi necessari per il funzionamento della macchina statuale. Come scende il fardello del debito? Contrasto all’evasione per allargare la base imponibile ed eventualmente ridurre le aliquote, revisione e riqualificazione della spesa pubblica per migliorarne qualità e allocazione, riforme strutturali per rimuovere gli ostacoli alla crescita. Ebbene, di tutto ciò è stato fatto molto poco e così il nostro debito è sempre lì, oltre il 130% del pil.

Peggio ancora, il problema del debito non è proprio entrato, come meriterebbe, tra le priorità dell’agenda di politica economica del Paese. In pochi dicevano di rafforzare i conti pubblici in modo da poter meglio resistere a eventuali shock avversi. In molti negoziavano invece decimali con Bruxelles, rinviando ai posteri l’eventuale sentenza. E dire che di shock avversi avevamo esperienze recenti molto forti, quasi plastiche: dall’11 settembre a Lehman Brothers alla crisi del debito sovrano con i drammatici mesi a cavallo tra il 2011 e il 2012. L’approccio dello struzzo, insomma, l’antitesi di una visione coraggiosamente riformista della finanza pubblica.

E arriviamo così, quasi allegramente, a questi cupi giorni del Coronavirus. Ci svegliamo dal sonno del piccolo cabotaggio e scopriamo che il cigno nero gira indisturbato tra di noi, nella forma di un piccolissimo animaletto con la testa a forma di corona. Aiuto. Scopriamo che occorre, tra le varie cose, mettere mano al portafogli: per aumentare i posti in terapia intensiva, certo; per supportare la liquidità delle imprese più colpite ed evitare anche rischiose ricadute sul sistema bancario, certo. Tutte cose condivisibili e meritorie. Ma il portafogli occorre saperlo usare: aprirlo e chiuderlo in funzione delle circostanze esterne. Ed è profondamente sintomatico il fatto che, di fronte a queste paure, il primo riflesso sia stato quello di ragionare sull’ulteriore flessibilità da chiedere all’Europa. È uno schema cognitivo purtroppo arcinoto.

Dopo l’esternalizzazione delle colpe alla Cina, è il momento dell’esternalizzazione delle soluzioni a Bruxelles. Difficile restare invece concentrati su se stessi. Un altro riflesso più adulto e fruttuoso da affiancare al primo sarebbe quello di ripensare a noi e alle nostre politiche prima del Coronavirus. E all’errore madornale che abbiamo fatto nel non cogliere i momenti di relativa quiete per poter accrescere oggi, nel momento del vero bisogno, la spesa. Il rammarico come sentimento sano e nutriente. Che fare adesso? Laviamo bene le mani, limitiamo gli spostamenti e gli assembramenti, seguiamo i protocolli. Finanziamo la sanità e limitiamo il virus della frenata del pil. Lasciamoci guidare dagli esperti e il Coronavirus passerà. Per il dopo, l’auspicio è che il suo passaggio, impegnativo, ci faccia però dono dell’immunità da politiche economiche miopi e di breve respiro. E, già che ci siamo, da un regionalismo rivelatosi a tratti grottesco nell’affrontare il mondo globale.