Moglie, mamma e magistrato. Come tutte le donne ha imparato a gestire bene più ruoli e come tutte le donne intelligenti e preparate ha raggiunto posizioni di vertice nella sua carriera professionale. Napoletana, da sempre residente nel quartiere Chiaia, il liceo Umberto nel cuore, il fascino per il centro storico di Napoli e la strada dei pastori a San Gregorio Armeno, e la passione per la cucina, soprattutto per la preparazione di dolci, che l’ha spinta anche a frequentare un corso per veri chef, Elisabetta Garzo è il nuovo presidente del Tribunale di Napoli, nominata dal plenum del Csm all’unanimità e con un plebiscito di commenti e giudizi positivi.

La sua nomina può davvero considerarsi un evento?
Ho sempre lavorato con tanti colleghi uomini e mai ho avvertito che ci fosse una sorta di prevenzione nei confronti della collega donna. Non ho mai avvertito un disagio né i colleghi si sono rivolti a me con atteggiamento che potesse essere “discriminatorio”. Anzi, devo dire che il fatto di avere da donna grande faciltà nell’affrontare problematiche diverse è sempre stato motivo di interesse da parte dei colleghi che chiedevano come riuscissi a fare tante cose e a volte a individuare dettagli che in genere possono sfuggire nella lettura degli atti. Oggi la presenza di donne in magistratura è in percentuale nettamente superiore rispetto al passato e agli anni in cui ci sono entrata io. Quindi non vedo la mia nomina come un evento, piuttosto penso che possa avere un significato perché se è vero che sempre più giudici sono donne bisogna anche riconoscere che le donne non hanno mai raggiunto posizioni apicali, e dunque la mia nomina può essere vista come il raggiungimento di una posizione apicale, considerando che il tribunale di Napoli è tra i più grandi di Italia e tra i più importanti sul territorio per numero di magistrati e numero di processi. D’altro canto oggi anche il presidente della Corte Costituzionale è donna, per cui fortunatamente, nonostante i tanti fenomeni discriminatori a cui ancora assistiamo, da questo punto di vista nel mondo del diritto si è giunti a una equiparazione tra la figura di magistrato uomo e donna.

Quello di Napoli è il Tribunale dove si è formata. Cosa rappresenta per lei?
Ho preso possesso come uditore giudiziario del Tribunale di Napoli nel luglio del 1979 e ritorno come presidente del Tribunale ora, nel 2020: per me questo è motivo di grande orgoglio, anche perché a Napoli ho svolto le funzioni di giudice per più di vent’anni. Escludendo una breve parentesi da uditore a Torre Annunziata e a Ottaviano nei primi anni della mia carriera e gli anni trascorsi a Milano (dal 1980 al 1984), a Santa Maria Capua Vetere (dal 2006 al 2010), a Vallo della Lucania (dal 2010 al 2014) e a Napoli nord (dal 2014 ad oggi), la mia esperienza di giudice è legata prevalentemente a Napoli, ecco perché sono particolarmente contenta di ritornare a quello che considero il mio Tribunale.

Quali sono stati i suoi maestri?
Sicuramente il presidente Guglielmo Palmeri, presidente della seconda sezione penale prima di essere procuratore aggiunto alla Dna: è stata per me una figura di grandi insegnamenti. Inoltre, ricordo con piacere e come maestri il presidente Antonio Rocco e il presidente Giorgio Lupoli, coloro che presiedevano il collegio a cui partecipavo. Sono stata giudice della terza sezione penale per molti anni. Di loro ricordo la grande serenità nel giudicare, la grande competenza professionale, il grande rigore accompagnato da una forte umanità. Li considero maestri perché mi hanno fatto comprendere quanto sia importante essere sempre sereni nei giudizi e non farsi trascinare mai dalle emozioni pur tenendo conto del substrato di umanità che c’è alle spalle di ogni vicenda che si va a giudicare, sia essa una vicenda di carattere civilistico sia soprattutto che si tratti di vicende che riguardano il settore penale.

Da Tangentopoli alla camorra, dai processi ai colletti bianchi a quello al sanguinario boss Setola del clan dei Casalesi, la sua lunga esperienza di giudice l’ha portata a occuparsi dei casi più vari ma anche di quelli che hanno più profondamente segnato la storia giudiziaria napoletana e campana. Quale l’ha colpita di più?
È un caso accaduto a metà degli anni Ottanta. Si trattava di un sequestro di persona con omicidio. La vittima era un ragazzino, figlio di genitori anziani e benestanti. Fu rapito a Lauro e tenuto ostaggio sulle montagne dell’Avellinese. Non ricordo i nomi dei protagonisti ma ricordo ogni dettaglio di quella storia che fu particolarmente toccante sul piano umano. Fu anche un caso giudiziario molto singolare, stranamente assegnato al Tribunale e non alla Corte di assise perché la Corte di Cassazione, pronunciandosi sulla competenza per materia, ritenne il reato di sequestro di persona prevalente su quello di omicidio. Firmammo una sentenza di condanna all’ergastolo per gli imputati, ergastolo che fu confermato in Cassazione e io fui estensore della sentenza. Il processo si celebrò con rito direttissimo in quanto i responsabili furono arrestati mentre erano in una cabina telefonica dell’autostrada, intenti a fare l’ennesima telefonata estorsiva alla famiglia nonostante il ragazzo fosse già morto. Una triste storia.

Ultimamente si parla più che mai di crisi della giustizia? Quali sono i motivi secondo lei?
Credo che la crisi della giustizia in questo momento sia determinata in gran parte dalla carenza di risorse. Si è fatto tanto con la informatizzazione, e questo è un dato accertato, e il processo civile telematico è stato un traguardo importante nella quotidianità del lavoro di giudici e avvocati perché consente l’accesso agli atti mediante consolle, ma le risorse umane sono altrettanto indispensabili e oggi, sia per quanto riguarda gli organici della magistratura sia soprattutto del settore amministrativo, a me sembra, anche sulla base della esperienza al Tribunale di Napoli nord, che siano molto carenti. Una delle problematiche principali da affrontare è quindi quella dell’adeguamento delle risorse umane. Poi c’è il fattore logistica, che pure finisce per avere una grossa rilevanza sull’esercizio della giurisdizione. Faccio un esempio: la mancanza di aule, così come si verifica a Napoli nord, comporta sicuramente delle difficoltà operative e quindi dei ritardi nella giustizia. Per cui un adeguamento delle risorse e delle strutture comporterebbe sicuramente grossi vantaggi in termini di definizione dei processi e di risposta della giustizia in tempi brevi.

Napoli è una città complessa e in cui spesso si discute del ruolo delle istituzioni. Quale peso può avare nella vita della città l’istituzione Tribunale?
Il Tribunale parla con le sue sentenze, questo è un principio da tener conto, ma penso anche che la funzione del magistrato oggi sia un po’ diversa rispetto al passato nel senso che è importante che ci sia un contatto più diretto con il territorio ed ecco che iniziative come quella a cui ho partecipato nelle scuole su Costituzione e cittadinanza assumono valore e vanno incoraggiate, perché fanno sì che il cittadino avverta la vicinanza della giustizia. Ovviamente tutto questo va fatto sempre nel rispetto delle prerogative delle istituzioni che va salvaguardata. Il Tribunale con le sue sentenze può avere quindi un forte impatto sul sociale, basti pensare alle decisioni in materia di lavoro o a quelle in ambito penale. E per questo, pensando a quello che verrà, il mio auspicio è di poter far bene e che le mie aspettative possano tramutarsi in qualcosa di reale e concreto.