I vertici del PD campano hanno visto come un atto di lesa maestà – da parte di quanti hanno sottoscritto il famoso manifesto contro la candidatura di Sandro Ruotolo – la messa in discussione di scelte politiche, sottratte alla deliberazione collettiva e riservate esclusivamente ai gruppi dirigenti. Insomma, l’opinione pubblica, gli intellettuali, le “anime belle” vorrebbero poter interloquire, ma i professionisti della politica si sono affrettati a zittirli, in quanto i primi non portano voti e i loro distinguo non servono a vincere le elezioni. Per questo, allora, l’oligarchia non tollera intromissioni, avendo a cuore soltanto i risultati elettorali.

Ora che sembra superata la fase degli insulti rivolti a chi s’è permesso di disturbare il manovratore, s’è passati alla spiegazione sussiegosa di quella scelta, dettata unicamente dalla ricerca del successo. Non c’è dubbio che, da questo punto di vista, a causa della sua notorietà mediatica, Ruotolo fornisca più garanzie di vittoria rispetto a Domenico Ciruzzi, avvocato penalista di successo, presidente del Premio Napoli, ma sicuramente meno conosciuto dal grande pubblico e soprattutto, in ragione delle sue prese di posizione garantiste, sprovvisto di sintonia col radicalismo delle proteste di piazza. Inopinatamente, come si viene ora a sapere, era stato proprio de Magistris a proporre la candidatura dell’outsider Ciruzzi, al quale però il realismo del PD ha preferito Ruotolo, nella speranza che successo mediatico e massimalismo potessero portare più voti. Certo, all’indomani del flop delle Sardine a Scampia, nasce il sospetto che scommettere sulla piazza non sia l’unica scelta possibile né la più saggia. In altri termini, non è da escludere che il garantista Ciruzzi, proprio da outsider della politica, avrebbe potuto rappresentare un fenomeno analogo al quasi sconosciuto Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend nell’Indiana che, nelle primarie del Partito democratico nello Iowa, ha del tutto inaspettatamente tenuto testa al senatore Bernie Sanders, assai più noto di lui e soprattutto schierato su posizioni politiche molto più radicali. Resta però una domanda di fondo: per il PD napoletano ha davvero senso perseguire come obiettivo fondamentale la vittoria elettorale a qualunque prezzo, a prescindere dal modo concreto in cui si conquista il consenso? A prescindere, cioè, dagli umori di un’opinione pubblica che un tempo si sarebbe chiamata “riflessiva” e che ora i vertici del PD sembrano considerare velleitaria? Soltanto pochi anni fa, quel partito, a Napoli, le elezioni le vinceva a man bassa; l’oligarchia non tollerava che si mettesse bocca nelle sue scelte; conquistava il potere, ma non riusciva a governare la società. Poi tutto finì sotto i cumuli di munnezza. Non sarebbe il caso di cambiare registro?