Ragazzi che rubano, che si armano (anche se di pistole giocattolo) e vanno in giro per le vie della città provando a fare i criminali. Storie di tragedie, che ripropongono un dibattito antico, quello sull’opportunità di togliere i figli alle famiglie di criminali. Ne aveva parlato qualche giorno fa l’assessore Alessandra Clemente, intervenendo a margine del processo sull’agguato a piazza Nazionale in cui per errore fu ferita la piccola Noemi, e se ne torna a parlare ora che c’è un nuovo caso in città, con un ragazzo di 15 anni ucciso, il suo complice di 17 anni in stato di fermo e un carabiniere di 23 anni indagato per omicidio volontario, per aver reagito alla rapina sparando. Ma davvero serve strappare bambini e ragazzi alle famiglie di origine? Ne abbiamo parlato con l’avvocato Domenico Ciruzzi, penalista e presidente della Fondazione Premio Napoli. “Non si può pensare di eliminare sacche di degrado togliendo i figli a certe famiglie. Lo Stato non può lasciar vivere queste persone nell’abbandono e poi togliergli i figli. Queste misure devono essere attuate solo ed esclusivamente quando c’è un problema di incolumità fisica per il minore, altrimenti assolutamente no. Un bambino di nove o dieci anni che viene sottratto alla famiglia di origine, spedito in un’altra città, affidato a un’altra famiglia, subisce un trauma. Meglio sarebbe intervenire con provvedimenti di sostegno”.

In che modo?
“Di fronte a situazioni a rischio lo Stato deve intervenire inviando una task force di assistenti sociali, psicologi, insegnanti. Le scuole dovrebbero essere aperte tutto il giorno. È un provvedimento bestiale quello di ritenere di mandare le forze dell’ordine alle sei del mattino a prelevare dalla sua casa un minore per toglierlo alla sua famiglia di camorristi accertati o presunti. In questi casi l’interesse del minore subisce. Vorrei sentire cosa ne pensano psichiatri e psicologi…”.

I dati sulla delinquenza minorile sono dati allarmanti. Sembra ci sia una spirale dalla quale non si esce. Quale potrebbe essere una soluzione?
“La soluzione non può essere sradicare un bambino dal suo territorio. Quella è una violenza brutale e una sconfitta per tutti. E inoltre potrebbe creare un effetto per cui quel bambino sarà un futuro nemico dello Stato. Il problema non lo si risolve nemmeno inviando l’esercito nelle strade della città ogni volta che si verifica un fatto grave. Bisogna piuttosto investire su assistenti sociali seri, bisogna potenziate il welfare. Fermare questa spirale si può, potenziando questo tipo di interventi sul territorio. Bisogna investire sulle scuole, fare in modo che i bambini siano obbligati a frequentare la scuola, che ci stiano tutto il giorno e non solo quattro o cinque ore. In tal modo si eviterebbero quindicenni in strada a fare rapine con armi giocattolo”.

Dunque, il discorso è culturale?
“Certo. Storie come quella accaduta a Santa Lucia sono un fallimento per tutta la comunità. Sono uno schiaffo per il ministro dell’Interno e soprattutto per il ministro del Welfare. Perché se quel ragazzo è arrivato a compiere un gesto come fare una rapina non è perché è cattivo lui o è cattiva la famiglia, è chiaro che qualcosa non ha funzionato, che non hanno funzionato il sistema, la scuola, i controlli sociali preventivi. Dovrebbe sentirsi in colpa la politica che in settant’anni non è riuscita a garantire a tutti uguali chance, il rispetto dell’articolo 3 della Costituzione. E poi la devastazione dell’ospedale. Ne vogliamo parlare?”

Sì…
“La devastazione dell’ospedale è ovvio che indigna tutti, è ovvio che è un gesto negativo ma non va sovrapposto alla vicenda, perché sono due episodi diversi anche se hanno una matrice di degrado comune”.

In che senso sono diversi?
“Sono episodi diversi che non vanno sovrapposti altrimenti sembra che il gesto del carabiniere, anch’egli vittima in questa storia, sia stato contro il quindicenne ma anche contro l’inciviltà di chi ha devastato l’ospedale. Sono due episodi diversi, anche se figli dello stesso degrado che spinge un ragazzino ad andare di notte in giro armato a fare rapine. Bisognerebbe chiedersi se lo Stato, le istituzioni, hanno fatto tutto quello che andava fatto per evitare che nel cuore della città si viva nel degrado, invece di limitarsi a giudicare la famiglia, il ragazzo, rischiando di non risolvere il problema ma di esorcizzarlo e di assolvere quindi le istituzioni. E questo non va bene. È un fallimento di una comunità, di un’organizzazione sociale”.

Crede che sia anche un fatto geografico?
“Sì. Abbiamo una nuova questione meridionale da affrontare che attiene soprattutto al welfare. Il gesto criminale nasce sempre da una povertà culturale ed economica. Non deve accadere che chi nasce in un determinato quartiere sia un eroe o un destinato al degrado. E poi c’è Napoli con la sua particolarità di avere la periferia nel centro della città. E’ una caratteristica che rende la città unica e vivace, ma al tempo stesso è un problema. Napoli non nasconde i suoi ultimi ma bisogna che se ne occupi”.