La discussione sui legami tra salari reali “elevati” e disoccupazione nel Sud è interessante, soprattutto se riesce a interrogarci sulle reali condizioni di occupati e disoccupati e sui fattori che frenano lo sviluppo. Non mi è chiaro se le riflessioni di alcuni illustri economisti settentrionali sui salari al Sud siano semplicistiche o se scontino le tracce di un indelebile pregiudizio antimeridionalista. Leggendo di un potere d’acquisto più alto al Sud, sarei curioso di capire sulla base di quali parametri viene calcolato questo potere d’acquisto.

Sì, perché gli studi di economia politica si fondano necessariamente su modelli che semplificano la realtà allo scopo di individuarne i meccanismi esplicativi. Quando si passa alla politica economica, ai provvedimenti che incidono nella vita delle persone, le semplificazioni possono essere pericolose. Sarei curioso di sapere se il risparmio che ottengo quando compro un chilo di mele a Napoli è compensato dagli esami clinici che devo eseguire privatamente perché le liste d’attesa pubbliche sono ingestibili.

E ancora, nel potere d’acquisto dei salari si computa il costo privato dell’assistenza ai bambini e/o agli anziani, servizi inesistenti o scadentissimi in molte aree del Sud? E la necessità di utilizzare il mezzo proprio perché il trasporto pubblico è insufficiente? E quanto pesa nella valutazione del potere d’acquisto dei salari il costo di studiare in scuole private o lontano da casa per seguire percorsi di formazione competitivi? Anche le presunte conseguenze delle gabbie salariali sarebbero da approfondire: è sicuro che al ridurre del costo del lavoro possa corrispondere l’incremento di occupazione?

Ed è sicuro che l’eventuale incremento di occupazione si tradurrebbe in incremento di prodotto interno lordo? O, piuttosto, anziché farsi accarezzare da idee che penalizzano i meridionali, la scienza mettesse meglio a fuoco la necessità di pari infrastrutture, pari qualità dell’istruzione pubblica, pari livelli di amministrazione della giustizia, di estinzione della criminalità organizzata? Gran parte di questi fattori rientra nelle competenze dello Stato centrale che dovrebbe garantire l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini; magari non pareggiandone il potere d’acquisto con misure penalizzanti, ma le opportunità di crescita.