Il decreto Spazzacorrotti di gennaio 2019, contenente disposizioni per il contrasto degli illeciti nella pubblica amministrazione, ha raccolto molte critiche, a cominciare dallo stesso nome che rimanda a un uso giustizialista e mediatico del diritto penale senza che a questo facciano seguito delle risposte efficaci al fenomeno della corruzione sistemica che attanaglia da sempre il nostro Paese. Eppure un pregio questo provvedimento normativo lo ha avuto, dal momento che ha riportato al centro del dibattito giuridico due questioni particolarmente gravose: l’istituto dell’ergastolo ostativo e il problema della retroattività delle norme relative alla fase dell’esecuzione penale.
La prima questione fa riferimento ai non pochi detenuti per i quali il fine pena è previsto per il 31 dicembre 9999. Si tratta di 1174 uomini ombra (ultimo dato ministeriale risalente al 2015), secondo la ormai celebre autodefinizione di Carmelo Musumeci, l’unico degli ergastolani ostativi ad essere riuscito a convincere la magistratura di sorveglianza della sua avvenuta rieducazione e ottenere la liberazione condizionale. Questa forma speciale di ergastolo fu introdotta nel 1991 in seguito al crescere dell’allarme sociale per la criminalità mafiosa e impedisce l’accesso a qualsiasi beneficio premiale in mancanza di collaborazione del reo con l’autorità giudiziaria. Ma come sempre succede in Italia, quello che dovrebbe essere un’eccezione diventa la regola e così l’elenco delle ipotesi di reato a cui applicare il regime ostativo si è allungato a dismisura, sino a ricomprendere oggi – grazie proprio al decreto Spazzacorrotti – anche alcuni delitti contro la pubblica amministrazione. Dopo la condanna della Corte europea di giugno 2019 e la parziale dichiarazione di incostituzionalità della Consulta intervenuta esattamente sei mesi dopo, è stato squarciato il velo di ipocrisia che ricopriva l’istituto. Nessun giudice potrà più sostenere – o almeno si spera – che la condizione di ergastolano ostativo sia frutto della libera scelta di non collaborare del detenuto, essendo ormai chiaro che questa è un’ipotesi di ricatto di Stato: o collabori, magari mettendo anche a rischio la tua famiglia, o non vedrai altro che le sbarre di una cella per tutta la vita, con buona pace dell’articolo 27 della Costituzione e del principio di rieducazione del reo.
La seconda questione scaturisce dall’assenza di indicazione di norme transitorie sempre nello stesso decreto di gennaio 2019, che ha portato all’applicazione retroattiva della preclusione dei benefici premiali anche ai condannati per fatti di corruzione. Conseguenza è stata che a reclusi anche celebri e con condanne definitive, come Formigoni, sono state negati il lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative come la detenzione domiciliare, oltre alla possibilità di chiedere la sospensione della pena.
A indebolire ulteriormente l’impianto dell’ergastolo ostativo dichiarando l’illegittimità di una simile applicazione retroattiva, è stata ancora una volta la Corte costituzionale, che nel comunicato del 12 febbraio scorso ha riconosciuto il contrasto con il principio di legalità delle pene previste dall’articolo 25 della Costituzione. La retroattività del regime ostativo rispetto alle misure alternative, alla liberazione condizionale e alla sospensione della pena detentiva, infatti, comporta una trasformazione della natura della pena che incide sulla libertà personale.
Questo risultato, ampiamente condiviso nel mondo giuridico, lo si deve in parte anche alla sezione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli che è stato tra i primi in Italia a ritenere la norma illegittima e a impugnarla davanti al giudice delle leggi. Il 2 aprile 2019, infatti, il giudice napoletano, richiamando un’importante sentenza della Corte europea e discostandosi dall’orientamento consolidato, ha riconosciuto che il reo confida in una prevedibilità della sanzione penale che merita tutela quando, cambiando le carte in tavola, si applica un trattamento peggiorativo rispetto a quanto stabilito in una decisione definitiva. Vale a dire che, in un Paese civile, i diritti e le garanzie devono trovare applicazione anche nella fase dell’esecuzione della pena, perché, come dice Carmelo Musumeci, “non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni senza dirle quando finirà la sua pena. Lasciandola in questa situazione di sospensione e d’inerzia la si distrugge e dopo un simile trattamento anche il peggior assassino si sentirà innocente”. Le conseguenze di una legge mal posta sono spesso anche di natura economica e ricadono, come sempre, sulla collettività, visto che, con ogni probabilità, lo Stato italiano sarà chiamato a risarcire i condannati che hanno subìto l’ingiusta detenzione. Ma le questioni connesse alla irresponsabilità dell’atto politico sono un’altra storia.