Le “norme in materia di governo del territorio” elaborate dalla Giunta regionale della Campania a fine 2019 e dirette ad aggiornare la legge regionale del 2004 sul “Governo del territorio” stanno suscitando un ampio dibattito all’interno del quale sono emerse posizioni non sempre favorevoli. Raccogliamo qui il parere dell’urbanista Vezio De Lucia, assessore alla vivibilità nella prima giunta Bassolino e principale ispiratore del Piano Regolatore di Napoli approvato nel 2004. I promotori riconoscono che un nuovo testo non può che essere improntato “all’obiettivo della riduzione del consumo del suolo e alla promozione della rigenerazione urbana e territoriale, al contrasto dei fenomeni legati al cambiamento climatico e alla difesa dai rischi”.

Pensa che gli strumenti normativi previsti siano adeguati alla realizzazione di questi obiettivi?
I problemi emergenti dell’urbanistica in Campania sono lo sfrenato consumo del suolo, l’omessa lotta all’abusivismo, la mancata tutela dei centri storici e del paesaggio. Nessuno di questi è risolto né adeguatamente affrontato nella proposta di legge recentemente adottata dalla Giunta regionale e molto discussa dalle associazioni ambientaliste. Ricordo solo il convegno organizzato a Napoli dalle Assise di Palazzo Marigliano l’11 gennaio scorso, coordinato da Giulio Pane, introdotto da una lucida relazione di Alessandro Dal Piaz, con molti interventi di urbanisti, giuristi, cittadini preoccupati che l’approvazione della proposta non ponga fine al malgoverno, ma addirittura ne consenta l’estensione, ignorando anche i risultati della pianificazione urbanistica degli ultimi venti anni, alla scala comunale (Napoli), provinciale (Napoli e Caserta), regionale (piano regionale territoriale della Campania).

In cosa la proposta ti sembra carente?
Quanto ai problemi citati prima, l’abusivismo è di fatto ignorato, come se la Regione non avesse responsabilità in materia. Anzi, laddove si tratta di “utilizzazioni improprie consolidate” ricadenti in territori gravati di uso civico, se ne consente il recupero, realizzando di fatto un condono dissimulato. Per la tutela dei centri storici si prevedono spregiudicati interventi sostitutivi e incrementi di volume. E pensare che giusto sessant’anni fa, benemeriti studiosi, amministratori e parlamentari elaborarono la famosa Carta di Gubbio – successivamente fatta propria da leggi e atti amministrativi – che obbliga alla conservazione integrale dei centri storici (indipendentemente dal valore dei singoli edifici che li compongono) e per lungo tempo ha assegnato all’Italia un indiscusso primato. Per quanto riguarda la tutela del paesaggio, la proposta in discussione ignora le norme di tutela fissate dal Codice, trasformandole in procedure di valorizzazione urbanistica.
C’è stata una risposta nazionale a questi problemi?
Per il contenimento del consumo del suolo è dal 2012 – governo Monti – che inutilmente si cerca di produrre una legge nazionale. Sono passati i governi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, senza risultati: un significativo esempio di quell’inconcludenza politica e governativa che alimenta qualunquismo e populismo.

Il consumo del suolo e lo sprawl sono problematiche storiche in Italia che affondano le loro radici nei decenni successivi al secondo dopoguerra. Quali le differenze con il passato?
Mi pare importante riflettere sul fatto che negli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni delle mani sulla città, l’ampliamento del territorio urbanizzato avveniva con densità paurose, anche 1.000 abitanti per ettaro, basta pensare, a Napoli, alla “Muraglia cinese”, a Roma, ai quartieri di edilizia intensiva che fiancheggiano le vie consolari (Tiburtina, Prenestina, Casilina, Tuscolana, ecc.). Perché oggi, pur essendo enormemente ridotti i bisogni di alloggi, attrezzature, servizi, infrastrutture, non si fermano il consumo di suolo e lo spreco di territorio? Per lo sprawl, cioè lo smodato consumo dello spazio rurale a bassissima densità, anche meno di 10 abitanti su un ettaro. Ma le condizioni di vita di chi abita negli insediamenti di ultima generazione sono peggiori di quelle di chi abita negli intensivi del secolo scorso. Si pensi alla mobilità: piaccia o non piaccia, i terribili quartieri del dopoguerra possono essere serviti da ragionevoli sistemi di trasporto pubblico: metropolitana, tram, autobus. I residenti nei nuovi nuclei – prevalentemente i cittadini espulsi dai centri storici e dalla cosiddetta città consolidata per dar spazio ai turisti e alle attività legate al turismo – per raggiungere le aree centrali della città e gli altri luoghi di lavoro sono destinati a una vita da coatti dell’automobile nella quale trascorrono più di un’ora al giorno. Lo stesso è per i servizi essenziali, l’istruzione, il commercio, lo sport, la salute, comunque presenti nei quartieri della grande speculazione, raggiungibili solo con mezzi privati per chi vive nelle espansioni a bassa e bassissima densità. Per non dire dell’aggravamento dei costi di gestione pubblici e privati. Perciò, oltre che per ragioni ecologiche, paesistiche e ambientali, anche per ragioni sociali e di contenimento della spesa pubblica serve uno stop alla riduzione delle aree agricole e dello spazio aperto.

Com’è stato affrontato il problema nelle altre regioni italiane?
Che non solo la riduzione, ma l’azzeramento del consumo del suolo sia immediatamente perseguibile, lo dimostra la legge urbanistica toscana del 2014 che, nonostante uno strisciante processo di indebolimento subito negli ultimi anni, continua a essere la migliore legge urbanistica del nostro Paese. Obbliga tutti i comuni a perimetrare il territorio urbanizzato (“costituito dai centri storici, le aree edificate con continuità dei lotti a destinazione residenziale, industriale e artigianale, commerciale, direzionale, di servizio, turistico-ricettiva, le attrezzature e i servizi, i parchi urbani, gli impianti tecnologici, i lotti e gli spazi inedificati interclusi dotati di opere di urbanizzazione primaria”) all’interno del quale è obbligatorio localizzare ogni nuovo intervento. Eccezioni sono consentite, con severe procedure, per attività produttive e di servizio; è invece definitivamente inibita la costruzione di nuovi alloggi nel territorio non urbanizzato: mai più case in campagna: una svolta storica.

In che misura questo disegno di legge può avere ricadute su Napoli?
La Toscana non è un’altra regione, è un altro pianeta rispetto alla Campania. Dove sembra sconosciuto anche il piano regolatore di Napoli del 2004, unico piano di città italiana che non prevede zone di espansione, solo ristrutturazione e riqualificazione, e quindi zero consumo di suolo. Napoli doveva rappresentare un modello, non solo per lo stop al consumo del suolo, ma anche per la conservazione del centro storico, per la protezione dello spazio rurale e aperto. Sembra invece che la legge proposta voglia rimuovere l’esperienza napoletana e incombe come una spada di Damocle sul futuro della città. Una legge regionale contro il capoluogo.

C’è un aspetto che trova particolarmente grave di questa proposta?
Un contenuto abominevole è la definizione di “territori urbanizzati, aree dotate di urbanizzazione primaria comprese le fognature di tipo statico regolarmente assentite”. Non credo che esistano norme del genere neanche nelle aree più sottosviluppate del nostro pianeta.