Se si proibisse la lettura, si leggerebbe negli scantinati, al lume delle candele». Maurizio de Giovanni, il più letto degli autori napoletani, ha una ricetta certa per diffondere quell’attività che al Sud ancora più che al Nord del Paese sembra del genere: chi l’ha mai vista.
Più modestamente, io comincerei col proporre l’abolizione delle presentazioni dei libri che, al novantanove virgola cinque per cento, sono di una noia mortale, a favore di incontri a carattere più informale e dialogante con l’autore: in libreria, ma anche in case private, nelle biblioteche di quartiere (quante ne sono davvero attive?) e nelle parrocchie, dove mi è capitato più volte di assistere a qualche dibattito vivace.
Perché Napoli, che vanta un nutritissimo numero di scrittori di valore nazionale e non pochi tradotti in più paesi esteri, mantiene un così basso numero di lettori? «Il punto non sono i pochi lettori – dice Viola Ardone – ma i tanti autori: un indice della molteplicità e gravità dei problemi della città, a partire dalla sua debolezza culturale. Tante voci narranti equivalgono a tante testimonianze della serietà dei problemi, un sintomo dei suoi mali». «Perché si è smesso di formare i lettori, perché non si insegna a leggere», risponde Patrizia Rinaldi, autrice per adulti e per ragazzi. Su una linea non dissimile Maurizio de Giovanni: «La prima ragione di questo come degli altri problemi sociali è la dispersione scolastica. Finché non c’è una politica volta a superare i dati drammatici della dispersione scolastica, cureremo i sintomi, ma non le cause del problema».
La palla, quindi, torna a scuola. «Se per gli adulti è tardi, si può comunque cominciare dai bambini», dice Patrizia Rinaldi e racconta l’esperienza di alcune scuole della Sicilia e del Lazio che hanno affrontato e risolto il problema dei ritardi mattutini dei ragazzini a scuola con la lettura di storie. Ben prima dell’appello, c’è la lettura a voce alta. E, poiché i bambini si appassionano e non vogliono perdere il seguito, arrivano presto in classe. «Così come si insegnano le tabelline – continua la Rinaldi – si deve insegnare a leggere. Lo spazio dato alla lettura, come alle altre arti, nella scuola è scarso. Come se insegnare a leggere portasse “scuorno”, fosse una specie di insulto». «Non si può che partire dalla scuola – dice Viola Ardone – Quindi più fondi alle scuole, soprattutto quelle che hanno più bisogno. Scuole più belle e più a tempo pieno nei luoghi che manifestano maggiore disagio e risultati peggiori. La scuola non può essere un posto respingente ma, al contrario, un luogo affascinante, coinvolgente». Se per altri aspetti (dal contrasto al bullismo a quello alle baby-gang e alla devianza minorile) riferirsi soltanto alla scuola può diventare un alibi per altre agenzie territoriali, che la scuola debba sviluppare non solo le competenze tecniche ma il gusto del leggere sembra a tutti l’unica, reale possibilità che si esca da una carenza di lettura che non inficia solo le competenze scolastiche. «Se non si legge – dice Maurizio de Giovanni – si perde l’esercizio dell’immaginazione, che per le nuove generazioni è fondamentale. Se non immagini ciò che non esiste ancora non lo puoi creare e, quindi, ti limiti all’esercizio delle cose che esistono. Se vuoi inventare una cosa, un oggetto, degli abiti, li devi immaginare e, quando leggi, devi immaginare ciò che le parole descrivono: una palestra, senza la quale l’immaginazione si atrofizza». Per Patrizia Rinaldi la lettura s’interseca con l’educazione a essere cittadini: «Insegnare il bene non è faccenda retorica, non è un criterio spirituale, è la modalità del poter vivere. È rendere ragazzi e ragazze cittadini, far diventare gli esseri umani persone». «Se non si legge, si perde la capacità di rivendicare qualcosa di meglio per se stessi, si ritiene di non poter modificare la propria esistenza. Non dimenticherò mai quando i ragazzi di Nisida mi dissero: “L’immaginazione è una cosa da ricchi”. La realtà è a una dimensione, la lettura ti dà più dimensioni».