«Il caso di Sant’Antimo è rientrato. Ma questo non vuol dire che non ci sia un problema: la scuola rischia di diventare sempre più disuguale. E se ne parla troppo poco». Giuseppe De Cristofaro, sottosegretario al ministero dell’Istruzione, commenta così il caso del comune nel napoletano dove un gruppo di genitori aveva chiesto al dirigente scolastico dell’Istituto Leopardi di dividere le classi sulla base del censo.  La vicenda è scoppiata a pochi giorni da quella del Comprensivo Trionfale di Roma che, nella presentazione online delle diverse sedi, indicava una divisione degli alunni in base alle classi sociali. Anche per questo il sottosegretario De Cristofaro aveva invitato tramite i social a inviargli segnalazioni su casi analoghi «di situazioni dentro e fuori le scuole di discriminazione e scarsa inclusione».

Il caso di Sant’Antimo è risolto?
«È rientrato. Di fronte alla presa di posizione del dirigente scolastico la richiesta dei genitori è caduta».

Ciò non toglie che l’episodio indica una tendenza preoccupante.
«Assolutamente. È un comportamento sempre più diffuso negli ultimi anni. Ricevo segnalazioni di molti casi simili».

Le segnalazioni hanno caratteristiche geografiche o antropologiche specifiche?
«Al momento non abbiamo ravvisato specifiche localizzazioni geografiche. Arrivano un po’ da tutta Italia».

Come mai c’è questa tendenza?
«Si può parlare di un combinato disposto tra diversi fattori. Innanzitutto è cambiata la pressione da parte dei genitori su presidi e docenti. Si pensi soltanto alle chat Whatsapp. Questo tipo di pressione, che a volte sfocia nell’invasione delle dinamiche scolastiche, gioca un ruolo fondamentale».

Quali le altre cause?
«Alcune riforme hanno accentuato gli elementi di diversità tra gli istituti. Sono aumentate le differenze tra scuole di serie A e scuole di serie B. Rispetto al passato è cambiato anche un altro aspetto territoriale: io ho studiato dove abitavo, oggi non è sempre così. Ovviamente le scuole che si trovano in quartieri con una popolazione mediamente più abbiente sono considerate scuole di serie A».

Questi casi riflettono lo sfilacciamento della società?
«Naturalmente. La scuola è uno specchio del Paese. E negli ultimi anni le disuguaglianze e le sacche di sofferenza sono aumentate. Alcuni dati provano questa tendenza».

Quali?
«Soltanto il 7% degli studenti iscritti classico hanno genitori che non hanno frequentato a loro volta il liceo. È sintomo di come ci sia sempre meno fiducia nella scuola come mezzo di miglioramento della propria condizione. È il famoso ascensore sociale bloccato. Un altro dato indicativo è la netta prevalenza degli alunni disabili negli istituti professionali e tecnici rispetto a quelli nei licei».

Quindi la scuola come l’abbiamo conosciuta, come simulacro di inclusione, rischia di scomparire?
«C’è questo pericolo, che le classi vengano composte esclusivamente da alunni di una determinata classe sociale».

Cosa bisogna fare allora?
«Prima di tutto si devono accendere i riflettori sul problema. Parlarne. Fargli guadagnare centralità. Poi si dovrebbe lavorare più sugli investimenti e sulle risorse. Da destinare non necessariamente soltanto ai dicasteri che si occupano di istruzione. Ci vuole un’azione complessiva di governo tra i ministeri. E poi riflettere e intervenire sulla coincidenza significativa, quasi sempre corrispondente, tra povertà educativa e povertà economica».