Sembrava un ring anche se non c’erano corde e guantoni. E’ stato un duello anche se non si è venuti alle mani ma tutto si è svolto nel contesto del confronto e del dialogo. Da una parte c’era Piercamillo Davigo, ex pm di mani pulite, giudice di Cassazione e componente del Csm e dall’altra gli avvocati di Napoli. A Davigo va riconosciuto il coraggio e la disponibilità ad accettare l’invito dell’Ordine degli avvocati napoletani e presentarsi al faccia a faccia. Ai penalisti Vincenzo Maiello e Alfredo Sorge va dato atto di aver fronteggiato Davigo facendo prevalere la cultura colta e garantista degli avvocati napoletani con quella più autoritaria e ritenuta populisticamente globalizzata del magistrato. Risultato? Davigo è stato messo alle corde, ma ha evitato di finire al tappeto.

Ha dosato parole e silenzi in modo da lanciare qualche provocazione (come quando ha raccontato la storia di un avvocato milanese sorpreso a sottrarre atti dal fascicolo per sostenere che in genere l’avvocato in quanto difensore “gioca sulle prove ammesse”, che non collabora a snellire dibattimento e tempi del processo, che ricorre troppo al rito ordinario più che a riti alternativi) e rimanere in silenzio senza replicare ai fischi della platea o alle argomentazioni e alle domande dei penalisti Maiello e Sorge. “Non mi soffermerei sui singoli casi, forse non conviene neppure alla magistratura” dice Maiello, avvocato e docente di diritto penale all’Università di Napoli Federico II, nel suo applaudito intervento, invitando Davigo ad affrancare il dibattito dall’aneddotica.

“Lei è stato eletto da un terzo della magistratura italiana ma non credo che un terzo della magistratura si riconosca nelle sue dichiarazioni – incalza Maiello – Davvero pensa che un assolto sia un colpevole che l’ha fatta franca?”. Applausi nella sala dell’antica biblioteca De Marsico di Castel Capuano. Davigo sceglie di non replicare. Lo fa anche quando Maiello parla della riforma della prescrizione come di “espressione di un approccio populista”, e quando a proposito della Spazzacorrotti, dichiarata incostituzionale dalla Consulta, gli chiede: “Possibile che possiamo presentare un prodotto delle istituzioni tirando fuori un lessico volgare da strada, di chi intende far prevalere la reazione viscerale rispetto a quella ragionata?”.

“Dietro questa innovazione normativa – aggiunge l’avvocato Maiello – vi è un messaggio populista”. L’incontro, organizzato dall’Ordine degli avvocati di Napoli, si svolge nell’antica sede del tribunale partenopeo, un luogo che per l’avvocatura della città è quasi sacro. “Qui – tuona Maiello – ci sono stati martiri della libertà”. Davigo esordisce sostenendo che non tutte le sue dichiarazioni vengono riportate in maniera corretta: “Mi fanno dire cose diverse da quelle che dico”. Poi entra nel vivo dei temi cari a tutti, avvocati e magistrati, per dire che la prescrizione così com’era “esisteva solo in Italia e in Grecia” e difendere la riforma dicendo a voce alta: “Possibile che non siamo i migliori al mondo?”. Tace quando gli fanno notare che in altri paesi, quelli che lui cita come esempi sotto il profilo della prescrizione, come gli Stati Uniti o il Giappone e la Cina, esiste ancora la pena di morte. Prova, Davigo, a obiettare a chi gli fa notare che quello della prescrizione è un falso problema per i tempi del processo dal momento che i numeri delle prescrizioni nella fase delle indagini preliminari sono nettamente superiori a quelli nei gradi di giudizio, sostenendo che “quando i reati, come nel caso di quelli finanziari, sono accertati molti anni dopo i fatti, il pm che deve fare: intasare i tribunali con processi che non potranno a condanne o lasciarli lì?”.

Ma è una difesa che non convince gli avvocati. Davigo riceve applausi per il coraggio mostrato nell’accettare l’invito degli avvocati di Napoli a partecipare al confronto. Ma riceve fischi soprattutto quando affronta il tema delle carceri. “Non è vero che le carceri sono sovraffollate” dice il magistrato ritenendo che i calcoli su capienza degli istituti e spazio vitale di ciascun detenuto siano stati effettuati sulla base di criteri non validi: “I detenuti vanno calcolati in relazione alla popolazione ai delitti commessi, se facciamo così non è vero che c’è sovraffollamento”. Secondo Davigo non è nemmeno vero che si sta male nelle nostre carceri: “Allora come mai gli stranieri non vogliono tornare nei loro paesi?” chiede a sostegno della propria tesi.