E chi se lo dimentica quel primo gol, quella prima esultanza, quel primo calciatore che ci fece innamorare di uno sport che altrimenti sarebbe stato soltanto il proverbiale passatempo di “uomini in mutande che corrono appresso a un pallone”? Nessuno, più o meno. Per Daniel Gamper Sachse la questione è però più personale. Per lui, il calcio, è una questione di famiglia. Ma più che lo sport lo è il Barcellona, perché Hans Gamper, il fondatore della squadra blaugrana, era suo bisnonno. Imprenditore svizzero, nato a Winterthur, Hans fu ciclista e tennista. Ma soprattutto calciatore: prima per il Basilea e poi per lo Zurigo.

Dopo una breve parentesi da rugbysta a Lione, in Francia, se ne andò in Spagna. Incassato il rifiuto del Català Futbol Club – la squadrea ammetteva soltanto giocatori catalani – il 22 ottobre del 1899 pubblicò un annuncio sul giornale Los Deportes «per organizzare alcune partite». Più o meno una settimana dopo 11 persone, in una palestra di Montjuic, davano vita al Futbol Club Barcelona. Al fondatore – che catalanizzò il suo nome in Joan – a partire dal 1966 è dedicato il trofeo Gamper. E la Coppa ai vincitori, in diverse occasioni, l’ha consegnata proprio lui, Daniel Gamper, professore di filosofia morale e politica dell’Università Autonoma di Barcellona, premio Anagrama per il saggio Las mejores palabras oltre che visiting professor del Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Qual è il suo primo ricordo del Barcellona?
«Mio padre che se ne va in camera da letto per non vedere un rigore a nostro favore. Quella volta capii che si trattava di qualcosa di speciale. Ricordo bene anche i capelli biondi di Bernd Schuster che trotta elegantemente sul prato del Camp Nou; era la mia prima partita allo stadio».
Cosa rappresenta per lei il Barça?
«È motivo di tante conversazioni con amici e tifosi; una specie di rito che si ripete quasi ogni settimana. È qualcosa allo stesso tempo di molto importante ma anche poco trascendentale».

C’è un campione al quale si è affezionato in maniera particolare?
«Ne ho avuti parecchi di idoli, ma nessuno come Lionel Messi. Non abbiamo mai visto né vedremo mai niente di simile. Ricordo con grande ammirazione anche Migueli e più tardi Laudrup, Stoichkov e il Dream Team. Giocatori come Ronaldinho, Ronaldo il fenomeno o Romario pure furono degli idoli. Ma la lista potrebbe essere molto più lunga».

Messi ha parlato dell’emozione di giocare a Napoli.
«Messi sa bene che al San Paolo si è forgiato il mito del “dios” Diego Armando Maradona. Sa che lì le persone hanno goduto di un giocatore imparagonabile e sa che è uno stadio abbastanza generoso per omaggiarlo qualora dovesse offrire una delle sue esibizioni artistiche».

Maradona al Barcellona non riuscì a esprimersi; a Napoli invece sì. Perché?
«Maradona era destinato ad andare al Napoli, per portare la squadra ai massimi livelli e in questa maniera trasformarsi in un dio del calcio. Visto a distanza di anni, mi sembra fosse destinato a quel tipo di percorso».

Lei per lavoro frequenta spesso Napoli. Cosa pensa del rapporto della città con il calcio?
«Mi stupisce la completa devozione alla squadra che fa vibrare tutta la città. Ci sono poche città in Europa così grandi e con solo una squadra. Questo fa sì che il tifo sia monoteista e quasi incontrastato. È una forza di coesione della città, una sorta di cospirazione collettiva».

Cosa pensa che manchi al Napoli per fare il definitivo salto nel calcio che conta?
«Non sono un buon analista di calcio. Ma a volte un colpo di fortuna, un acquisto che spinge la squadra, un allenatore che riesce a canalizzare le energie dei giocatori, una palla che supera o non supera di poco la linea della porta; tutto questo può fare la differenza. Il Napoli ha spesso fatto bene in Champions, ma probabilmente non aveva una rosa sufficientemente ampia per lottare in tutte le competizioni».

Come pensa che andrà a finire?
«Non faccio pronostici. Il Barça non è in un grande momento e nemmeno il Napoli. Mi piacerebbe se Messi riuscisse a brillare nella casa di Diego e mi auguro che a Barcellona il Napoli non ci renda le cose difficili. Il calcio, comunque, a questi livelli può essere molto bello. Speriamo sia così anche questa volta».