La faccenda è cominciata così. Mi telefona Marco Demarco, il direttore editoriale de Il Riformista: «Che ne diresti di scrivere un fotoromanzo a puntate sulla vita di Maradona» mi chiede. Risposta: «Sono un avventuriero dello spirito. Mi piacciono le imprese impossibili. Quando comincio?». La mia spavalderia ha un’origine autobiografica. Nella mia carriera ho scritto canzoni, romanzi, testi teatrali, copioni cinematografici, fumetti, articoli giornalistici e un’infinità di altre cose. Il nuovo rigenera, dona ossigeno ai neuroni. Ecco la ragione per cui accetto la sfida senza battere ciglio. Appena chiudo la comunicazione però sorge un problema: non ho mai letto un fotoromanzo in vita mia, nemmeno quando Bolero e Grand Hotel raggiungevano tirature da record. A quel tempo non sapevo che i primi fotoromanzi furono concepiti nientemeno da Cesare Zavattini, scrittore di culto nel dopoguerra e da Damiano Damiani regista di ‘Il giorno della civetta’, che dirigeva il set dove venivano realizzati.

Ritenendoli robaccia, con spocchia intellettualistica li evitavo accuratamente. Così per acculturarmi inizio a leggere i fotoromanzi già pubblicati sul Riformista. Trovo originale l’dea di usare un medium fuori moda per raccontare l’attualità, la politica, lo sport. Mi piace la scelta cromatica del bianco e nero un tempo dettata dalla necessità, ora divenuta un vezzo stilistico di gusto vintage.
Con entusiasmo inizio a scrivere la prima puntata delle cinque che saranno presentate ai lettori come ‘La vera storia di Maradona’. Non è un’impresa facile perché su Diego tutto è stato già detto. Per offrire qualche elemento di novità, decido di inserire elementi fantasy e una buona dose di umorismo. In fondo questo è il mio modo di raccontare. Perché dovrei rinunciarci? Scrivo un canovaccio a mio parere valido, ma non riesco a immaginarlo nei piccoli box contenenti le foto. Per descrivere il mio progetto a metà tra cronaca e fiction al grafico del giornale impiegherei una settimana e il mio interlocutore avrebbe tutto il diritto di mandarmi a quel paese. Provo a cercare sulla rete immagini adatte. Vengo sommerso da una marea di foto del Pibe de oro e, proprio come accade quando un’onda ti travolge, mi avvilisco. ‘Non riuscirò mai a venirne a capo’ penso. Mi immagino mentre telefono al giornale, con la mia spocchia ridotta ai minimi termini: «Mi dispiace. Non ce l’ho fatta».

Prima di capitolare mi rivolgo a Eva, mia figlia. Lei conosce la Rete come le sue tasche e al pari di me ama le avventure intellettuali (cattivo sangue non mente). Le chiedo di abbozzare una sequenza di foto che si adattino alla mia storia. Eva ingaggia una strenua lotta con Photoshop. Alla fine trova quello che serve. Timidamente le chiedo se può impostare anche i dialoghi con le nuvole tipo fumetto. Lei si mette al lavoro. Il mio nipotino di quattro anni, Michele jr, circola per casa sconsolato. Non si spiega la ragione per cui è stato privato inopinatamente della sua porzione quotidiana di intrattenimento che consiste in una ventina di giochi tra costruzioni, indovinelli educativi, formazione di bolle di sapone per non parlare dell’acchiapparella. Eva termina il lavoro e io chiedo al nipotino il permesso di assentarmi per qualche minuto. Lui, in via del tutto eccezionale, me lo accorda.

Telefono al direttore. La resa incondizionata si è miracolosamente trasformata in una proposta sensata. Marco Demarco si aspettava solo i dialoghi, io gli offro un prodotto quasi finito. «La storia è pronta, immagini e dialoghi compresi» mi vanto. Colgo nella sua voce un certo stupore. «Mandamela via mail» taglia corto. Ritorno al mio vero mestiere cioè quello di intrattenere il bambino che, memore del torto subito, raddoppia le sue pretese. Ben presto arriva l’apprezzamento della redazione. A me viene subito voglia di dedicarmi a un altro personaggio, anche se non posso rivelare di chi si tratta. Un quotidiano vive di spunti freschi di giornata. Lo spoiler non è contemplato. E poi, prima di scrivere un altro fotoromanzo, preferisco attendere il giudizio dei lettori.