Il verde riduce lo stress, lo dicono ricerche approfondite di psicologi che insistono sui benefici positivi che godono gli abitanti o i frequentatori di zone verdi. Come esseri viventi siamo condizionati dal fotosistema più di quanto immaginiamo, distratti dai problemi del quotidiano, e non diamo attenzione alle aree verdi, così compresse nell’alveare urbano costruito serratamente durante i tre secoli scorsi. Basta verificare sulla cartina del verde della città per notare quanto piccole appaiano rispetto alle aree costruite. Quasi non è segnalata la Villa Pignatelli, eppure dinanzi alla vanvitelliana Villa Comunale prospetta su Riviera di Chiaia, elegante nel colonnato neoclassico arretrato sul prato ben curato, l’edificio sede del museo Diego Aragona Pignatelli Cortes, una grande dimora costruita a partire dal 1826 e nel 1952 donata dagli ultimi eredi, anzi dalla principessa Rosina moglie di Diego Aragona Pignatelli Cortes, con un atto di grande liberalità, allo Stato Italiano. Quanta fortuna abbiamo noi napoletani! Le dimore di nobili e di regnanti amanti del Bello e della Natura diventano la nostra eredità più preziosa di luoghi che oggi non sapremmo come replicare. Soprattutto nel secolo trascorso abbiamo soffocato la città nel cemento, eredi maldestri della millenaria storia partenopea che ci consegna un centro antico stretto tra cardini e vichi, con l’aggiunta di successive mura conventuali.
L’idea di costruire la propria dimora nell’area di nuova espansione della città di Napoli, un tempo Borgo di Chiaia, si deve a Sir Ferdinand Acton, figlio tardivo del noto Ammiraglio inglese Sir John. Legata ai fasti della migliore aristocrazia intessita di rapporti tra altolocati diplomatici e nobiltà partenopea, ora ne conserva il fascino come unicum lungo la cortina di edifici che, senza soluzione di continuità, prospettano sulla via ormai spoglia che ancora si nomina Riviera. Il giardino, progettato scenograficamente da Guglielmo Bechi, si sviluppa con un andamento di viali che si raccolgono in forma ovale intorno all’edificio centrale, e prospettano verso la bella cancellata d’ingresso con un prato libero di arbusti con al centro un’ampia fontana per offrire alla vista la facciata. L’andamento del giardino rispetta le lievi risalite di quota anche in armonia con la moda del giardino romantico, ed è ricco di varietà di palme come la Washingtonia filifera, la Phoenix canariensis, la Phoenix dactyifera, la Phoenix reclinata e la Chamaerops Humilis insieme a varie specie di Camelie, come la Japonica che diventa una spalliera sul lato destro di risalita insieme al Ficus Magnolides, imponente all’ingresso. Dinanzi alla facciata interna un’imponente Magnolia grandiflora si accompagna ad altri alberi da fusto come lecci(quercus ilex), Pini mediterranei e di Strelitzia augusta, oltre a ospitare rarità come la Encephalartus Horridus e varie Cycadacee. La complessità di specie botaniche piantumate in uno spazio verde che appare di ridotte dimensioni fa notare di quale ricchezza la storia della città ci lascia eredi. La villa con il parco, assegnata per volere dalla principessa Pignatelli Donna Rosina morta nel 1955, e da quell’anno per vincolo testamentario donata allo Stato, pertiene al Ministero per i Beni Culturali che destina risorse alla necessaria manutenzione del verde. L’impegno anche quest’anno è assolto.
Non ha la stessa sorte Villa Foridiana. Da fine dicembre è chiuso il Parco per difficoltà di manutenzione. Di conseguenza è stato interdetto per tutto gennaio l’accesso al Museo Duca di Martina, nonostante sia in corso una mostra e altre iniziative. Proprio per consentire l’accesso al museo da febbraio sarà consentito l’ingresso dal cancello su via Aniello Falcone. Il Parco e la Villa sono di pertinenza del Ministero per i Beni Culturali e, per la vastità dell’area, è mancata una tempestiva destinazione di fondi a sorreggerne gli urgenti lavori di manutenzione, come pure è venuto meno da circa due anni l’accordo con il Comune per la dotazione di un paio di giardinieri in ausilio allo scarso personale, per l’apertura gratuita al pubblico del parco. La buona notizia è che sono in appalto i lavori per i giardini e la Floridiana tornerà ad essere il polmone verde del Vomero. Ubicata in alto sulla schiena della collina declinante verso il mare e ben visibile da via Caracciolo, basta per raggiungerla la funicolare di Chiaia, ultima fermata, e dall’ampia cancellata posta su via Cimarosa ci si immette in un grande parco giardino. Siamo nel luogo scelto dal re Ferdinando IV di Borbone come dimora della donna amata, la moglie morganatica Lucia Migliaccio, vedova Partanna e contessa di Floridia, che mai poté varcare la soglia del Palazzo Reale. Dopo il 1815, data dell’acquisto della tenuta Caracciolo di Torella, il Re acquista nel 1817 una proprietà verso Chiaia per un altro ingresso verso il mare, che diventa Villa Lucia. In quegli anni inizia la ristrutturazione della villa preesistente e l’architetto Antonio Niccolini si avvale per il verde del botanico di corte Friedrich Dehnhardt, il quale provvede immediatamente ad arricchire il parco di 150 specie di piante ad alto fusto facendo convivere giardini all’italiana e giardini all’inglese. La pianta della villa viene rinnovata con un corpo centrale e due ali brevi perpendicolari ai lati della facciata a Nord che idealmente serve da quinta al grande spiazzo antistante. Dalla facciata meridionale parte una rampa centrale, che scivola sulla scalinata in marmo del parco sottostante che apre alla magnifica vista sul golfo e fin giù raggiunge Villa Lucia dedicata proprio a Lucia Migliaccio, inseparabile dal corpo centrale e compresa nello stesso parco con aree verdi di raccordo. Se ci si lascia guidare dall’andamento sinuoso dei viali si scoprono di continuo nuovi scorci di vedute pittoresche, e ci si perde a immaginare come fosse nel suo tempo migliore il Parco, disseminato di gabbie e grotte per animali come orsi e leoni e tigri, persino canguri, e sedili e la peschiera, insomma arredi architettonici a rendere ancor più ricco di fascino romantico il luogo. Tutto ciò potrebbe essere ricostruito audacemente ma rigorosamente, secondo le carte di progetto che si conservano nell’archivio di San Martino. Attualmente si accede a Villa Lucia da Parco Grifeo, anch’esso un tempo ricco di flora e di giardini scoscesi, progettato dall’architetto britannico, di padre scozzese, Lamont Young che costruì tra fine XIX secolo e gli inizi del XX il Castello Aselmeyer , ora con accesso da corso Vittorio Emanuele. Nel 1922, edificò il Castello Lamont del quale sopravvive al bombardamento del 1943 solo l’ala chiamata Villa Ebe, sulla collina di Pizzofalcone, sul fianco occidentale del mitico monte Echia dove ebbe origine Partenope. Villa Ebe, abitata fino agli anni Settanta del Novecento, è stata alienata al Comune di Napoli che ha approvato nel 2005 un progetto di riqualificazione che comprende il bellissimo giardino con la terrazza panoramica a 360 gradi sul golfo, un terrazzamento che affonda le radici nell’epoca romana, quando nel primo secolo a. C. nasce la grande villa di Lucullo tra il monte Echia e Megaride con grandi lavori di taglio della roccia tufacea verso il mare. Un’area dunque destinata a pubblica fruizione, tutt’ora abbandonata e sfregiata, di forte impatto emozionale con un condiviso fenomeno di parestesia. Affidare alla nostalgia i luoghi che abbiamo ereditato è il peggiore atteggiamento civile e non solo delle Istituzioni, perché i cittadini devono acquistare consapevolezza di quanto siano indispensabili alla propria vita, al proprio benessere oltre che a farne risorsa economica.