In questi giorni la casa editrice Cronopio festeggia i suoi primi trent’anni di vita. Nata nel 1990 a Napoli, dove non è certo facile fare impresa, e lo è ancor meno se si tratta di un’impresa editoriale, bisogna dire senza esitazione che Cronopio c’è riuscita egregiamente scegliendosi un suo profilo ben definito, attraverso il quale è riuscita ad affermarsi sul piano nazionale. S’è trattato e si tratta d’un profilo di nicchia, come si evince già dalla scelta del nome: una scelta raffinata ed evocatrice, che riprende una delle più celebri invenzioni linguistiche dello scrittore argentino Julio Cortázar, che aveva pubblicato all’inizio degli anni Sessanta un libro di racconti, intitolato appunto Storie di cronopios e di famas.

I primi – idealisti, sensibili, ingenui – s’adoperano soprattutto a capovolgere le norme consolidate; i secondi, più pretenziosi e formali, prediligono ordine, razionalità, efficacia. Ma, come fa osservare Italo Calvino nella presentazione dell’edizione italiana del libro, «cronopios e famas possono essere definiti solo dall’insieme dei loro comportamenti». Insomma, benché opposti, sono di fatto complementari. Cortázar, poi, non aveva mancato di precisare che la parola “cronopios”, nonostante il prefisso “crono”, non comporta alcun riferimento al tempo: è una parola che gli era venuta in mente per definire, durante un concerto di Louis Armstrong cui aveva assistito a Parigi nel 1952, l’inaspettata visione di palloncini verdi che svolazzavano nell’auditorium. Attribuire a una casa editrice di libri di filosofia e politica il nome d’un essere fantastico, partorito dal realismo visionario d’un grande scrittore latinoamericano trapiantato a Parigi, è stato sicuramente un atto “cronopiesco”, al tempo stesso libero, determinato e coraggioso.

Da subito la casa editrice s’è specializzata nella scoperta di autori in Italia ancora sconosciuti, soprattutto francesi, come i filosofi Jean-Luc Nancy, Alain Badiou, Jacques Rancière e Miguel Abensour. Primo fra tutti Nancy, di cui nel 1992 viene tradotta La comunità inoperosa, un libro fondamentale perché trasmette alla linea della casa editrice napoletana una visione radicale ed estrema dell’agire politico, che, proprio per esser tale, è tenuto a non produrre opere né a irrigidirsi in risultati determinati, ma deve invece rimanere fluido, mobile e perciò inoperoso o – ed ecco la parola divenuta poi una parola-chiave – “destituente”. Nel 1993 esce Politica, un libro a più voci, riedito nel 2011, in cui accanto a Nancy e Badiou, Giorgio Agamben, Massimo de Carolis, Nicola Russo e Maurizio Zanardi s’oppongono all’interpretazione del collasso del comunismo di Stato come “prova” di una natura umana immutabile, in nome della quale occorrerebbe farla finita con il collettivo, il comune e l’uguaglianza in politica. Proprio questa connessione tra comunità e pensiero politico anima il lavoro filosofico di Bruno Moroncini, da La comunità e l’invenzione del 2001 e Lacan politico del 2017 fino al suo libro più recente (La morte del poeta. Potere e storia d’Italia in Pier Paolo Pasolini, 2019).

Ma forse la presa di posizione più “cronopiesca” di tutte si esprime nel libro di Pierandrea Amato su La rivolta (2019, seguito da una postfazione di Georges Didi-Huberman). Alla luce d’una concezione “inoperosa” della politica, la rivolta è vista come Verità della democrazia (titolo di un altro libro di Nancy, pubblicato da Cronopio nel 2008), ossia come gesto destituente, sprovvisto di opere, cioè di istituzioni, in cui la politica finirebbe col morire, perdendo la propria fluidità e quindi la propria capacità di rimettersi in discussione e reinventarsi. In una simile impostazione destituente va individuato uno dei più riconoscibili fili conduttori del lavoro editoriale portato avanti in questi anni da Cronopio con grande coerenza. Il limite d’una linea editoriale così unitaria è il suo carattere unidimensionale, poco aperto al dialogo con altre prospettive culturali, perché in ultima analisi del tutto disinteressato allo studio delle dinamiche concrete attraverso cui si strutturano ed evolvono gli strumenti della democrazia politica contemporanea, in modo particolare le sue istituzioni rappresentative e il suo leaderismo.

La sconnessione della politica dalle opere e quindi dalle istituzioni e di conseguenza l’attenzione rivolta unicamente ai gesti destituenti in cui si manifesterebbe in via esclusiva la verità della democrazia comportano una totale disattenzione per i problemi concreti (e per le eventuali soluzioni) in cui si dibattono le istituzioni politiche e giuridiche della democrazia. Se si tiene presente che uno dei primi libri della casa, firmato da Biagio de Giovanni e intitolato Dopo il comunismo, vedeva nel crollo del muro di Berlino la fine d’una storia politica e il fallimento d’un principio filosofico, da cui discendeva la necessità d’un nuovo confronto con la democrazia politica, che tenesse conto delle tradizioni del pensiero liberale e democratico, si può rimpiangere che un’impostazione del genere sia stata abbandonata. Ma ci sarà modo di rimediare nei prossimi trent’anni.