Poco prima di Natale, una dichiarazione (probabilmente poco accorta o mal interpretata) del Ministro Provenzano fece discutere circa cosa o quanto Milano restituisce all’Italia. Poche settimane fa, il the Economist ha pubblicato un articolo in cui si trattava diffusamente della grande vitalità economica del centro lombardo, una vitalità che certamente stride rispetto alla lunga stagnazione che caratterizza il resto del Paese. Questi due elementi, logicamente coerenti tra loro, inducono a riflettere sui nuovi termini della “questione meridionale”, sulle nuove lenti attraverso le quali osservare e analizzare il Sud, per giungere a ripensare, rinvigorendola, la politica economica a favore delle regioni meridionali.

La dichiarazione di Provenzano, vera o presunta poco importa, non coglie le dinamiche delle economie territoriali contemporanee, ovvero rimanda, magari involontariamente, alla decennale questione della redistribuzione interregionale del reddito attraverso i flussi finanziari di natura fiscale. Naturalmente, in questo contesto, Milano è un contribuente netto poiché i milanesi e le imprese milanesi versano più tasse di quanto il settore pubblico spenda sul territorio. Potremmo chiudere già qui la questione, ma ritengo che il valore di Milano per l’Italia e per il Sud vada ben oltre la mera questione fiscale: Milano offre opportunità ai giovani meridionali, meglio se laureati.

Si legge spesso e giustamente di urla di dolore per la fuga di cervelli dal Mezzogiorno. Questi nuovi migranti non si spostano alla ricerca di “un” lavoro, si spostano per cercare “il” lavoro, ovvero si muovono verso sistemi che garantiscono migliori condizioni di impiego delle conoscenze acquisite all’università. Questo drenaggio di risorse umane rappresenta un costo enorme per tutto il sistema economico meridionale che si ritrova a perdere talenti e, quindi, capacità produttiva. La soluzione a questa situazione non può venire da tentativi maldestri di trattenere questi nuovi migranti, ma dalla capacità di attrarne altri da altri territori.

Milano, dunque, restituisce a molti Italiani quelle opportunità che non riescono a trovare altrove e grazie a questa attrattività è tornata ad essere una città dinamica da un punto di vista economico. Realisticamente, nessuna città meridionale sarebbe oggi in grado di competere su questo terreno su scala nazionale, ma alcune realtà urbane potrebbero candidarsi ad essere poli attrattori su scala regionale o locale. Venti anni fa, Milano non godeva di grande popolarità, soprattutto tra i giovani, che le preferivano Roma o Bologna, città molto vitali. In questi anni, grazie ad un processo collettivo di riqualificazione, anche urbanistica, la città ha saputo reinventarsi, tornando ad essere un centro importante per le nuove forme di imprenditorialità, per la ricerca scientifica, come per la cultura e il divertimento. Oggi, il capoluogo lombardo è una città ragionevolmente semplice da vivere.

Il Meridione, dunque, non deve più pensarsi monolitico, ma deve concepirsi come un insieme di città, alcune delle quali hanno grandi potenzialità (si pensi a Salerno o a Bari), purché si tracci una strategia chiara e di medio periodo, in cui il settore pubblico non deve necessariamente avere un ruolo di primo piano. È il settore privato che deve affrancarsi dalla politica e deve trovare un ruolo assolutamente preminente, altrimenti discettare di “sviluppo del Mezzogiorno” rischia di essere ancora un esercizio puramente retorico.